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lunedì 17 febbraio 2014

Predrék, l'omino di gomma pane

Lui è Predrék
l'omino di gomma pane.

La vita di Predrék
è molto
molto 
molto triste.
Di una tristezza abissale.
Quasi quantica
megalitica
siderale.

Questo perché Predrék
- non si parla di parole
ma di fatti -
per mestiere
sai che fa?
Ebbene sì,
cancella tratti.
Tratti sottili,
tratti imperfetti,
tratti ritratti,
tratti stentati,
tratti abortiti,
tratti accennati,
tratti sfuggiti,
tratti alienati
- segmenti d'esistente
che potevano...
e invece niente.

Mani morbide
umidicce
d'artista
d'architetto
d'arrivista
lo rapiscon
nell'astuccio,
dal suo letto
dirimpetto
al tubetto
della china
- la boccia
di notte buia
dove dormono,
tra sipari di seppia,
tutti i possibili
segni,
tutti i possibili 
sogni -
e lo sputano
come cingomma
- masticato -
sopra al foglio 
maculato
a 4 zampe.

Ed eccolo,
Predrék:
s'arrotola,
mattarello
che distende
la sua pasta
di niente,
ed elimina
(schiaccia-sassi
schiaccia-sefossi
schiaccia-puòdarsi)
cul-de-sac
di matite,
secchi rametti
di grafite,
sbavature
assai sgradite.
Solo prevale
il tratto finale:
rigido bell'imbusto,
fortuito grifo ibrido
schifidamente
saccente,
vivido,
presente,
guardia giurata
di una realtà
che è reale
solamente
in quanto ideale,
apparente.

Finito il lavoro sporco
la tenera mano d'orco
lo avvicina alle narici
e l'annusa come madeleine,
ricettacolo nostalgico
d'un pallido universo
di grigio ricordo antico,
perso.

Per ultimo,
Predrék,
l'omin di gomma pane,
vien riposto - sic -
con gesto parodistico
di virtuosismo cestistico
nella sua custodia
e - ZIP! -
abbandonato al suo pianto
di coccodrillo alligatore
suo malgrado malfattore
assassino di ottativi
possibili mondi girini.

E nella penombra astuccia,
tra gli sguardi appuntiti
dei pastelli risentiti,
Predrék vede
tutto quel rimosso
- come tatuaggio di fumo -
venargli la pelle d'avorio;
tutti quegli errori
- com'edera d'argento -
avvinghiargli le membra lattee;
tutto quei rimpianti
- come cancro grigio -
divorargli le carni.

E la sua pasta
un tempo candida
sempre più si smorfia
in un cosmo magmatico
squassato da supernove
e vortici ellittici,
pulviscolo di dolore.




venerdì 10 maggio 2013

Ma la natura è muta


Ma la natura è muta.
È una verità assoluta
che ogni natura
prenderebbe a lamentarsi
se le fosse data la parola.
Questa proposizione
ha un significato duplice.
Per primo,
Significa che la natura 
piangerebbe 
per la sua stessa afasia.
L'incapacità di parlare
è il grande dolore della natura,
e la vita dell'uomo
e la parola del poeta
sono contenute in lei
per redimerla
da questa sofferenza.
Per secondo,
quella proposizione
dice che essa 
si lamenterebbe.
Ma il lamento
è l'espressione
più indifferenziata,
impotente
della lingua,
che contiene quasi solo
il fiato sensibile;
e ovunque solo un albero 
stormisce,
echeggia insieme
un lamento.
La natura è triste perché è muta.
Ma il rovescio
di questa proposizione
scava ancora più a fondo
nell'essenza della natura:
è la tristezza della natura
che la rende muta.
Vive,
in ogni tristezza,
la più profonda tendenza
al silenzio,
e questo
è infinitamente più
che incapacità o malavoglia
di comunicare.
Ciò che è triste
si sente interamente conosciuto
dall'inconoscibile.

(Taglia e cuci da Sulla lingua di Walter Benjamin)