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mercoledì 3 luglio 2013

Il salvadanaio fra le gambe


Santo Stefano al mare è uno di quei piccoli paesi aggrappati sull'Aurelia; un tirabaci sulle labbra di pietra della Riviera di Ponente. Più un herpes, ad essere sinceri. Da piccolo ci andavo in vacanza, a giugno, subito dopo le scuole. Mio nonno ci aveva comprato un alloggio e i suoi figli se lo dividevano, durante le vacanze estive, colonizzandolo per qualche settimana a testa. 
Vent'anni fa il mondo era incredibilmente più grande, ma ogni posto era più vicino: tutto ciò che esisteva stava dentro l'orizzonte dello sguardo, ma era irraggiungibile. La Nigeria era il canneto sotto al balcone. La Jungla tropicale era l'orto del signor Armando - appena dopo l'arco basso, venato di serpenti-rampicanti. Nella Jungla ci sono pidocchi, felci, basilici, gatti neri, gatti marroni, gatti maculati, albicocche e le zucchine trombetta; che la mamma taglia col machete e fa andare col pomodoro. E sono buone, più buone delle zucchine normali, perché vengono dalla Jungla. Forse è per via che ci pisciano su le scimmie gorille. 

Poi c'era il muro con le caccole appiccicate. Caccole gigantesche, di elefante. Probabilmente è andata che un nero della Nigeria, arrivando dal canneto con una cesta di pepe in testa, ha fatto starnutire il suo elefante, e allora il muro è ancora tutto umido e verde. 
Poi c'era il balcone arancione dove Lucio Dalla cantava "Attenti al lupo! Owanciugadda-oh-oh-oh-ohooo-oh!" e la mamma si metteva lo smalto rosa sulle dita storte dei piedi.
Ma la cosa più importante dell'alloggio al mare, è che c'è cortiletto. 

Il cortiletto è oggi, nella realtà dei fatti, una decina di metri quadri di spazio piastrellato in piano e all'aperto; un trapezio arancione le cui basi danno una verso la porta d'ingresso del condominio, l'altra verso un muretto che lo separa dalla strada. Ma vent'anni fa era una distesa di campi da gioco divisi da linee immaginarie che, dalle 7 alle 11 di sera, ospitava gare internazionali di biglie, bocce, palla, a-s-i-n-o, schiaccia sette, schiaccia cinque, strega tocca color, lupo mangiafrutta, salto della pulce, ratto della Barbie, ce l'hai e qualsiasi altro sport incluso nelle olimpiadi dell'infanzia. Nel periodo estivo, la sera dopo cena, il cortiletto cadeva sotto il dominio di una mafia di bambini dagli zero ai dodici anni. Un'organizzazione parallela allo stato dalla quale chiunque avesse raggiunto la pubertà era bandito per sempre. La peluria sul labbro superiore era il marchio vergognoso dell'infamia.
Se devo dire la verità - e non sono tenuto a farlo - non ricordo quasi più nulla di quei giochi. Forse non si possono raccontare come si raccontano delle partite o dei match fra adulti che si ritrovano per caso a svolgere le loro attività ricreative fianco a fianco, in un medesimo spazio. Forse bisognerebbe immaginarsi, più che altro, un habitat non dissimile dalla barriera corallina; dove pesci sgargianti e guerrieri convivono senza mordersi nella stessa nicchia ecologica con altri esemplari dalla livrea differente. Ma appena il loro sguardo tondo e amplificato di pesce cade su una macchia di colori speculari a quelli delle loro squame, ecco che iniziano inseguimenti furibondi e baruffe e morsi e pinnate e "qua c'ero prima io". L'unico problema è che i bambini cambiano colori ogni istante; perciò non si potrà mai prevedere tra chi e per cosa si accenderà una nuova lotta, sfida, gioco, corsa a perdifiato, coppino, colpo di tacco, urlo, capriccio, goal.

Oppure, mi viene in mente una certa Napoli delle novelle di Boccaccio, o del Candelaio di Bruno: un vertiginoso caleidoscopio di forme di vita brulicanti, guardando dentro al quale si può veder mutare in un baleno il proprio amante in una testa di morto e, l'attimo dopo, questa in una pianta di basilico; una ruota della fortuna dove il leone che aveva azzannato l'asino, il turno successivo, si trova un cazzo equino in culo.
Solo in quelle ragnatele di rapporti tenuti assieme da bava bambina s'impara, io credo, a fottere il prossimo e a trovarsi le tasche tagliate, a fidarsi e a tradire, ad aggregarsi e scappare. Lì, se volete, c'è il brodo primordiale della società umana.

Ma non è questo il punto.
Il punto è che nelle ultime settimane sto dormendo  da un amico, a Torino, perché per la prima volta in vita mia sto facendo qualcosa di non troppo diverso da un lavoro, e perché aspetto la gogna della tesi.
Fatto sta che stasera, dopo la doccia, ero da solo a casa e un po' triste per fatti che non devono interessarvi, e allora ho messo su "Se potessi, amore mio" di Luigi Tenco e mi sono messo a guardare giù dal balcone, a torso nudo e con i capelli sgocciolanti. Sul balcone di fronte, una donna bionda e scosciata stava sdraiata in tutta la sua considerevole e affusolata lunghezza felina. Da qualche finestra un litigio cinese echeggiava Tenco. In cielo una luce ambrata. Vola una mosca zzzztante davanti al mio naso e s'impicchia in basso verso il cortiletto e, come una macchina da presa su un carrello, il mio sguardo la segue puntare verso l'aiuola. Attorno all'isola verde si sparpaglia una manciata di bambini intenti a bambineggiarsi. Uno oscilla le braccia, una ha il cerchietto, uno è nascosto dietro un alberello, un'altro, poi, lo cerca; l'ultimo chiede: "che state facendo?". E tutto questo - tutto questo - si svolge appena oltre la mia pancia pelosa e cieca, nel mondo omertoso dei bambini, dal quale sono escluso. 


La bambina col cerchietto è bionda e credo si chiami Jessica. è arrivata a Santo Stefano già da diverse settimane, ma non ci hai mai parlato perché ti vergogni. Ha quattro anni e tu cinque: se fosse un maschio, saresti in vantaggio, ma in queste cose non funziona così. Questo, almeno, è quel che ti dice Leonardo. Leonardo, arricciandosi il codino imbiondito dal sole, dice anche che si vede che vi piacete e che dovete stare insieme. Quando gli chiedi perché, lui ti dice che è perché lui ha sette anni e lo sa. Ha vinto. Dice anche che devi andare a dire le cose dei baci.
Ma tu non sai cosa si deve dire alle bambine bionde col cerchietto, e poi in ogni caso ti vergogni perché sul balcone c'è la mamma che guarda giù e quindi non si può, con la mamma che guarda giù, corteggiare le bambine bionde - con o senza cerchietto. 
Allora Leonardo dice che ti devi sbrigare perché lei se ne va via tra due giorni e domani sera magari non c'è neanche più, e poi c'è anche Silvio che vuole dirle dei baci. Ti giri livido e vedi Silvio che gira intorno su se stesso come un sufi ubriaco attorniato da bambini sinceramente colpiti dalla sua arte performativa. No, non puoi lasciare la bambina col cerchietto (ma si chiamava Jessica o Stefania?) a quella caciotta fetecchia di Silvio. Come cazzo fai a chiamarti Silvio a cinque anni? e poi a girare in tondo sono capaci tutti: è stare in piedi dopo - Silvio - è stare in piedi e pestare la monetina, dopo, che nessuno ci riesce mai.
E allora in un impeto di orgoglio dici a Leonardo di andarle a parlare per te, di portarla dall'altro lato del condominio, dove c'è il muro con le caccole d'elefante, lontano da occhi indiscreti. Lì le dirai dei baci.
Leonardo annuisce, azzurro e vispo negli occhi, agile e olivastro nel corpo maculato di spellature. Lo osservi andare verso la bambina bionda e destare stupore tra le sue ancelle bionde (ma meno bionde) per aver infranto la regola di separazione maschi/femmine al di fuori dei giochi condivisi. Si presenta energicamente, indica dalla tua parte e poi in direzione del muro delle caccole. In quell'istante, per un solo istante, i tuoi occhi bambini incrociano gli occhi bambini azzurri della bambina col cerchietto. Il nome di quella cosa che ti morde la pancia lo sapevano forse i sumeri, ma sicuramente non è mai stato pronunciato. Arrossisci e guardi il cielo, pure rosso.
Quando Leonardo torna indietro, ha un sorriso appeso al volto. Mi dice di andare, che lei m'aspetta con le sue ancelle vicino ai tubi del garage, appena sotto il muro delle caccole. Il garage è un posto da grandi, "accompagnami, Leonardo". Percepisco che ha colto la codardia nel mio cuore, e ciò mi ferisce; ma è pur sempre l'amante di mia cugina - Lalessia - e non può certo rifiutarmi l'appoggio nel bisogno. A maggior ragione in quanto primo artefice di questo spinoso garbuglio amoroso. E così m'accompagna, seguito da uno stuolo di elfi, suoi adepti, attirati dall'occasione di un incontro con la razza delle femmine aldifuori del mondo del gioco. "Parlano con delle loro se stesse in miniatura di plastica!"; "Non odorano di tericcio!"; "Hanno un salvadanaio tra le gambe!". Queste ed altre portentose dicerie serpeggiano tra il clan, durante il tragitto di avvicinamento. Leonardo guida la truppa: in testa, spavaldo, testa alta, codino al vento. Io, ultimo, mi chiudo in meditabonde, malinconiche riflessioni. 
Giunta ai tubi, l'ambasciata si dimezza: metà scappa urlando e ridendo. L'altra metà guarda in basso, o impavida tira gonne e trecce, chiede notizie sulle microfemmine in plastica e delucidazioni sul salvadanaio. Nell'aria i bagnischiuma neutrorobertsbaby si mischiano all'alito di pastina dei puffi.
Sto per sgattaiolare via, non visto, quando Leonardo mi prende per un braccio e mi trascina davanti alla bimba bionda, che se ne sta mano nella mano con quella che sembra sua sorella più grande. Siamo uno di fronte all'altra e ci guardiamo i piedi. Lei ha le dita non-storte e dei sandaletti de fonseca rosa schocking. Rapprende e rilascia ritmicamente le dita in una danza ipnotica. 
Ci lasciano soli, seduti su un muretto puntellato di erbette. Mentre si allontana con Leonardo, sento la sorellona dire "in effetti è carino, ma mi sembra un po' scemo".
Rimaniamo dei mezzi minuti fermi immobili a strappare le erbette, senza guardarci negli occhi.
è il momento di esordire con una battuta: "i tuoi piedi sembrano delle meduse mollicce".
Alzo lo sguardo e vedo le sue guance appena pelose di cortisone diventare rosse come delle albicocche.


Poi si gira e mi guarda anche lei. I suoi occhi sono una serratura al buio.



Quello che è successo dopo non me lo ricordo. 
So che io di sicuro non sapevo parlare di baci, né tanto meno darli. Non so cosa volessi da lei. Di sicuro neanche lei sapeva cosa volere da me. Siamo stati spinti verso quel rendez vous clandestino da forze esterne, incontrollabili e a noi totalmente estranee. non ricordo se ci dicemmo qualcosa, quanto rimanemmo sul muretto a strappare licheni e chiocce pur di non doverci confrontare davvero con quella diversità imposta, con quell'altro figurato da altri. Chissà se ha il mio stesso sfumatissimo ricordo, la bambina col cerchietto: un ricordo complementare al mio; la memoria del primo momento in cui qualcuno si è aspettato da noi che agissimo l'uno verso l'altro secondo le regole dettate dalla percezione sociale della nostra appartenenza sessuale. 

Quando Leonardo e sua sorella tornarono a prenderci, ci salutammo, e seppi che il giorno dopo la sua famiglia sarebbe tornata alla città. Forse Milano, non ricordo. "Ci vediamo l'anno prossimo, magari" disse la sorellona biondo cenere; e le vidi svanire nella bocca di un condominio poco distante. Annuii, incerto al riguardo, e tirai una calcio a un sassolino: un anno, per un bambino, è qualcosa che rotola ben oltre l'orizzonte dello sguardo.



martedì 16 ottobre 2012

Il Mostro dell'Acqua - pt.1


Il mondo era una testuggine piatta e io non avevo i nomi per dirlo.
Luglio, bambino, si grattava la testa nell'ombelico di sabbia della Liguria.
“Arma di Taggia” ha un suono marziale ed esotico, quasi coloniale. Me lo giravo in bocca sin da due mesi prima della partenza, fino a sentire sulla lingua il sale, l'amarena, lo sciogliersi appiccicoso dei ghiaccioli blu lungo l'avambraccio abbronzato.
Non so dirvi con precisione quanti anni avessi. Probabilmente mi stavano tutti in una mano. Quella che non era occupata a lanciare le biglie.
Ma ricordo con precisione quell'anno, quelle precise vacanze estive, perché fu allora che conobbi il Mostro dell'Acqua.

Il Mostro dell'Acqua è sicuramente amico o parente del Topo delle Tubature. Meno certi sono i suoi legami con il Dottore-pazzo-che-vive-sotto-al-letto-e-cerca-di-pungerti-con-la-siringa, sebbene i due si servano di metodi d'azione molto simili. Entrambi, infatti, appartengono alla folta schiera dei Mostri della Coda dell'Occhio. Tutti i bambini sanno che, assiepati ai bordi del campo visivo, si celano entità oscure e affamate di carne giovane, pronte a divorare tutti gli sprovveduti che hanno l'incoscienza di girare per il mondo senza portarsi dietro una Spada-dalla-lama-azzurra. O almeno un Pugnale-di-luce. Durante l'infanzia si impara a riconoscere tali presenze, a collocarle nei diversi ambienti e a gestire i rapporti con esse attraverso complicati rituali ben codificati. Il più importante e ancestrale di questi riti è indubbiamente la Nominazione. Con la Nominazione si riconosce l'Altro mostruoso e gli si dona una scintilla di esistenza. I mostri sono ghiotti di esistenza: è l'unica cosa che può dissuaderli dal farsi una bella scorpacciata di carne di bambino. Sussurrando tra le labbra mocciose il nome segreto dell'entità orrorifica, il ragazzino concede - sì, è vero - immediatamente una piccola parte della sua esistenza a quella stessa entità, ma contemporaneamente la strappa dal regno della Paura-Senza-Nome, la costringe in una forma, le affibbia un'identità. Il mostro è così diventato un Altro con cui trattare. Un Altro orrendo, disgustoso, temibile - senza dubbio - , ma che non ha più la paralizzante onnipotenza del terrore panico.
Naturalmente, io tutto questo non lo sapevo. Lo facevo.

Quell'anno venne a stare per qualche settimana nel nostro appartamentino marittimo il figlio della Paola. La Paola era - ma, a onor del vero, è ancora - la migliore amica della Mamma.
Davide - questo era il suo nome - aveva un paio d'anni più di me, i capelli biondi come un pagliaio, gli occhi azzurri come le mentine da infilare sotto la lingua, la sfrontatezza dei belli.
Insomma, era stato progettato per essere il mio opposto.
Io lo idolatravo.
Lo seguivo come un cieco segue il suo pastore tedesco, lo tempestavo di domande, gli guardavo le spalle se si giocava alla guerra e lui si lanciava all'attacco con l'incoscienza degli arditi. Forse mi ha spiegato lui come si fanno i bambini, ma non ne sono sicuro. E comunque non avevo capito bene.

Ma torniamo al Mostro dell'Acqua.
Un giorno, mentre facevo il bagno, decisi di nuotare in linea retta con la testa sott'acqua fino a quanto potevo. All'epoca portavo i braccioli - per capirci - : non potevo molto. Avrò fatto si-no due metri.
Quando riemersi, sentii il capo girare come una giostra di quelle pericolose, un vago accenno di nausea alla bocca dello stomaco, il gusto caustico della salsedine sul palato. L'aria ronzava come un elettrodomestico. I cirri pulsavano nell'amalgama grigio-blu del cielo sopra di me, i denti friggevano in gola.
Stavo per abbandonarmi all'acqua nella classica posizione supina a stella quando Lui apparve.
Era limaccioso e azzurro, freddo, piramidale. Gli occhi un fuoco di ghiaccio, la bocca una gelatina schiumante di denti da cui spuntava una mascella da piranha. Avanzava verso di me, dietro di me, più veloce di me. Dalla grotta della sua gola si diffondeva un ruggito basso e profondo, un mulinello di “A” simile al rumore dello scarico di una vasca scrostata e muffita.
Ero spacciato.
Con uno spasimo gettai i piedi sul fondo sabbioso. Toccavo. Con la punta delle dita, ma toccavo. Arrancando - l'acqua al mento - cominciai disperatamente a mulinare braccia e gambe il più in fretta possibile, dirigendomi verso quella che speravo fosse la riva. Il riverbero m'accecava. Qualcosa di viscido e molliccio che poteva essere un tentacolo mi abbrancò per una caviglia. Come elettrizzato, mi divincolai con un colpo di reni ed urlai il nome di mia madre. Bevvi un sorso d'acqua amara. Credetti di morire.
Giunsi a riva tra singhiozzi, pianti e urla; un filamento vischioso e verdastro collegava la mia narice destra al mento. Buttai le braccia attorno ai fianchi di Mamma e nascosi la facci nella sua pancia.
Lei stava parlando con un'amica, non s'era accorta di nulla. Mi avvolse nell'accappatoio marrone e troncò il suo dialogo. Intanto, dal mare, simili agli stridii dei gabbiani, le risate di una manciata di ragazzini faceva da coro sardonico alla mia uscita tragica. Tra di loro, Davide.
La voce di mia madre che ripeteva “Cos'è successo? Vuoi dirmi cosa capita?” filtrava appena attraverso la bolla di vergogna che m'ottundeva i sensi e mi gonfiava le lacrime negli occhi.




domenica 14 ottobre 2012

Le rane nella pancia & altre storie

Credo che i parenti non si rendano pienamente conto del potere che hanno sui membri più piccoli della famiglia certi modi di dire, certe espressioni colorite, certi usi figurati della parola, certi inganni prospettici del linguaggio. O forse lo sanno, ma sono stuzzicati a farne comunque uso da una sorta di tenera Schadenfreude.


Ricordo un prozio che, quando avevo non più di cinque anni, riuscì ad ingannarmi per una buona mezz'ora sul numero di dita delle sue mani: le contava una volta ed erano dieci, le contava una seconda ed erano nove.
"Ehi, Giuliano", mi dicevo dietro alla piccola fronte aggrottata, "qui c'è qualcosa che non va, zio. Non mi freghi. Non mi è ben chiaro cosa, ma qui c'è del marcio!".
Dopo mezz'ora di guance rosse e squittii di disappunto, appena prima che le pupille galleggiassero in un mare di lacrime, mi svelò il trucco. Quando arrivava al decimo dito, tornava indietro senza riconsiderare il suddetto come primo della nuova serie, così al secondo conteggio risultavano nove e non dieci. Sollevato dal fatto che lo zio non avesse sacrificato un dito a quella bestia affamata della pressa, corsi in giro per la sala a fare lo stesso gioco a tutti i miei parenti. Sbagliandolo. Non avevo capito poi così bene il meccanismo, ma il fatto che fosse un trucco mi bastava. Ero venuto a conoscenza di un oscuro segreto iniziatico: il vero sapere mi rendeva capace d'ingannare le persone; e questo mi faceva sentire potentissimo.


Odiavo lavarmi i capelli. La prima volta che sentii Shampoo di Gaber, pensai che quel signore col nasone dovesse essere un deficiente.
Ricordo il mento e il collo a contatto col lavandino freddo, il suo innaturale colore rosa antico che mi avviluppava lo sguardo lacerato da rivoli d'acqua - prima fredda, poi bollente - e dalla spuma biancastra dello shampoo. Il bruciore degli occhi. Lo scrosciare fortissimo del lavandino, come il sibilo di un esercito di serpenti a sonagli infuriati. Le mani di mia madre che mi fregavano con vigore la testa. L'istinto di scappare. I lamenti, i lamenti, i lamenti. Un fracco di lamenti. A buttarne. Ero una porta allarmata pronta a scattare: Di' shampoo. Dillo se ne hai il coraggio. Dai. Ti sfido. C'ho già l'ugola che dondola come un lemure sulla liana.
Un pomeriggio probabilmente feci più capricci del solito: mi aggrappai al divano, mi rannicchiai nella posizione del riccetto infame, scappai. Il tutto condito da un coro di maialini da latte sgozzati e da dei pianti disperati che Margherita Buy è una dilettante. Mi sembrava un comportamento adeguato. Anzi, sacrosanto, cazzo. Una prova di carattere, una strenua resistenza conto il sistema oligarchico e plutocratico della famiglia capitalistica occidentale, igienocentrica e repressiva. Il cuoio capelluto è mio e me lo gestisco io! Un bambino ha bisogno dello shampoo come un pesce della bicicletta! Sarà la mia forfora che vi seppellirà!
Ma il sistema ha metodi sottili e meschini, trappole psicologiche, torture morali atte a piegare anche il più tosto dei ribelli anali. Dopo un estenuate girotondo attorno al tavolino mia madre si fermò, mise le mani attorno ai fianchi e io vidi un lampo di crudele intuizione attraversarle come un levriero gli'occhi vispi: "Guarda che se non ti lavi i capelli ti vengono i pidocchi. Anche il Nonno Angelo non si lavava mai i capelli e infatti gli son venuti i pidocchi. Guardalo adesso". Il Nonno Angelo porta un vistosissimo riporto dall'età di vent'anni.
L'argomento sembrava indistruttibile. Chi poteva assicurarmi che la serva del sistema non stesse mentendo? D'altra parte avevo davvero il coraggio di rischiare? Non volevo diventare pelato, questo è certo. Nè essere costretto a tirarmi i capelli dai lati verso il centro della testa. Rimasi fermo per un po', fissando lo sguardo furbetto di mia madre. Sapeva di aver messo un punto a segno. Ancora non ero in grado di avanzare obiezioni circa la possibilità della generazione spontanea delle creature. Dannazione. Già sentivo dei piedi piccolissimi - infilati dentro a scarpe marroni piccolissime - camminarmi sulla testa, fra i cespugli neri di capelli, in quel sottobosco untuoso e sconosciuto dove si decompongono cellule. Mi infilai le mani tra i fili di cheratina e comincia a grattare. Dovevo trovare le uova di quella genia malvagia... e sgominarle! Le mie dita invocavano il genocidio.
Mia madre scoppiò in un risolino e, con una mossa rapida dell'artiglio, mi tenagliò la spalla, sfruttando il mio momento di sbandamento.
Da quel giorno subii innumerevoli altre volte la tortura dell'acqua. Così tante da diventare ormai insensibile.


Bevo litri d'acqua. Sin da piccolo. Cascate, fiumi. Non spessissimo. Ma tanta in una volta. Son capace, senza fatica, di farmi tre bicchieri alla botta in una seduta. 
Questa specie di mania compulsiva si accentua appena prima di andare a letto e al risveglio. Mi faccio fuori tranquillo tranquillo una bottiglia d'acqua in una notte. 
Dev'essere il mio modo simbolico d'attraversare la palude stigia per addentrarmi nei luoghi d'ombra del sogno. Una sorta di pegno per la piccola morte notturna. O forse sete.
Fatto sta che mia madre e mia nonna osteggiavano questa mia usanza bislacca. Dicevano che "poi ti vengono le rane nella pancia quando ti sdrai". Io allora rimanevo combattuto tra la bottiglia e l'avvertimento. Avevo sete. Ma non volevo degli anfibi dentro allo stomaco. Mi immaginavo questi rospetti guizzanti - come li avevo visti dentro alla vasca da degli amici della nonna - mentre cercavano d'arrampicarsi lungo le pareti scivolose dei miei visceri, gracidando, gracidando, collerici e nervosi.
Se, vinto dall'impulso, non seguivo l'avvertimento e mi davo alle tazzate pazze, appena sdraiato sentivo davvero le suddette raganelle agitarsi e versicolare nella mia pancia gonfia e liscia come un gavettone. Allora mi chiedevo se il giorno dopo le avrei espulse con la cacca, o se sarei stato in grado di digerirle senza sentirne il sapore, se mi sarebbe toccato di andare all'ospedale per fare una lavanda gastrica...
oppure mi chiedevo se avrebbero continuato a saltellare tranquillamente in quella palude ombrosa, adattandosi alla situazione. Chissà se i semini d'anguria che quell'estate avevo inghiottito per non sputazzare erano già diventati una pianticella, se avevano fruttificato, cosicchè le rane avrebbero potuto cibarsene senza doversi accontentare dei semplici avanzi di ciò che inghiottivo io. 
E pensando a queste cose inquiete, le orecchie ottuse dal coro gracidante della commedia aristofanesca, percepivo il letto mutarsi in barchetta e scivolare lento sulle placide e torbide acque che circondano il mondo onirico...