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venerdì 15 agosto 2014

Talete

Talete di Mileto,
filosofo e sapiente,
di notte guardava
il cielo stellato,
di giorno pensava
e non faceva niente.


Una sera
dopo cena
- perché per pensare
ci va la pancia piena -
uscì all'aria aperta
col solito intento:
scrutare, contento,
la volta scoperta,
blu,
brillante
immensa.

le sfere degl'occhi
fuor dalle orbite
delle sfere celesti,
passeggiava 
fra crochi,
filari di vite
e presagi funesti;
sgocciolando bava
col naso all'insù,
non ricordava
ormai neanche più
che i piedi poggiava
sulla terra
quaggiù.

D'un tratto
la punta 
del sandalo destro
incontrò scandalo
nel tallone 
sinistro,
e quel tale
- Talete -
ruzzolò per tre metri
e cadde
- in carpiato -
sul fondo di un pozzo
profondo e coperto
di muschio e di sterco.

Nel buio strillava
con voce spaccata
e nell'acqua gelata
mulinava le gambe;
nel mentre passava
di là, per caso, Iambe,
arguta servetta Tracia,
che, vista la scena,
apostrofò con sagacia
- e ben poca pena -
quel tonto sapiente
che ancora frignava:

"O stolto Talete,
di che ti lamenti?
la luna è nel pozzo
e l'hai presa fra i denti!
Sia... chiaro,
il tuo pensiero
- è vero -
è... profondo,
ma, invero, se vuoi
conoscer del Mondo
le leggi segrete
- mio caro Talete -
impara per prime
quelle del corpo
che ti vive appresso,
se no, ti confesso,
dalle stelle allo sterco
la distanza è di un passo."

E per sincerarsi
che fosse esauriente
la lezione di vita,
Iambe, repente,
solleva la veste
e gli mostra la fica.

Talete nel pozzo
ora piange, si pente,
e si bagna le dita
pensando alle stelle
e a Vener tra quelle
la sua favorita.






lunedì 10 marzo 2014

I sassi non fanno girare l'economia

Ho provato
ieri
a vendere la mia vita
a un sasso.
Ho provato,
ma il sasso
ha rifiutato.

Ho contrattato.

Gli ho offerto
il fiato
grosso
dopo una corsa,
uno sguardo
panoramico
dall'area verde di Castellazzo,
l'impressione tattile
delle tue unghie
assorte
sulla mia nuca.

Gli ho offerto
un dito gelato di malinconia
che dal buco del culo
risale fino allo stomaco,
gli ho offerto
lo sguardo di odio
che germoglia
dalle orbite cave
di una testa di morto,
gli ho offerto
un filo 
d'argento
che non riesco
a infilare
nella cruna del senso.

Lui,
sasso,
stoico,
strenuo,
scuoteva i cristalli,
garbato.

Ho provato
a corromperlo
con vili denari,
likes su facebook,
sorrisi popolari,
cortesi
polari
ammiccamenti.
Ma niente.

Gli chiedo perché,
per che ragione
non ardisce
di vivere
e sentire
calore nelle viscere.
"è facile",
risponde
e risplende
di pirite:
lui, semplicemente,
preferisce godersi
l'ottusità,
la completa 
assoluta
esteriorità
di se stesso,
la noumenica
inarrivabile
pienezza
del vuoto
di coscienza.
Si spettina
gli atomi
e ride
nella brezza
di nulla
che spira 
dall'abisso
imperscrutabile
dell'inorganico,
sospira
ai tramonti fluorescenti
che squassano
i cieli ciechi
della fisica meccanica,
s'abbandona
ai brividi
d'impercettibili 
radiazioni cosmiche.

Lui è,
sostanzialmente,
alla fin-fine
- e anche all'iniz-inizio -
un cazzo
di sasso
- immobile.
E scemo io
che gli parlo,
e scemo io
che gli chiedo,
e scemo io
che mi credo
un rappresentante
porta a porta
della vita.

Grumo
d'inerzia 
grigia,
scoglio 
del pensiero,
servo
della gravità:
da morto
parlerò
il tuo rigido
alfabeto,
forse ci capiremo;
per ora 
ti scaglio
bestemmiando
sulla pelle
riflettente
di uno stagno.



sabato 4 gennaio 2014

Sassolini

Le storie sono onde. Risonanze circolari, amplificazione dell'incontro tra il sassolino scatologico e la placida coscienza, stagna. I corpuscoli sospesi s'agitano, s'aggrumano rametti e foglie, danzan le zanzare e i ragni come zattere nel mare. Pezzetti che ebbero cittadinanza in precedenti totalità organiche - vegetali e animali - , si dispongono secondo geometrie sottili, vapori, ordini brucianti.
La sete è il sasso che getta la mano nell'impasto di mondo e coscienza, per trarne godimento.

Una leggenda cinese vuole che l'imperatore, fermatosi un istante presso una pozza per placare l'arsura, rimase piacevolmente stupito dal sapore squisito di quell'acqua. Si accorse dunque che - verdi lucenti canoe tra le idrovore - alcune foglioline acuminate galleggiavano sulla superficie liquida. Siccome era l'Imperatore, sapeva che, per trovare la causa di un fenomeno, bisogna risalire la gerarchia che domina il contesto in cui esso appare. Così alzò la testa e vide mille occhietti bianchi che gli si schiudevano di fronte. Alti arbusti dai fiori candidi cingevano la pozza come un calderone; i loro rami, mani di strega, oscillavano morbidi arcani, tuffando talvolta le dita nella pozione.
Fu così che i giardini dell'imperatore di riempirono di Camellia sinensis, e le scodelle dei cortigiani di the.
Acqua tinta, pur sempre acqua tinta, che si fa rito e calore, centro bruciante d'incontri di storie. Ma più che acqua, perché meno limpida; più che foglia secca, perché liquida.

L'infusore a forma d'albero di plastica verde, traballa nella brocca. Rivoli bordeaux si dispiegano come gas nervino in un teatro occupato da guerriglieri ceceni. Una tisana alle mele e cannella. Il tempo d'infusione è di cinque minuti: ci vorrebbe qualcuno per chiacchierare. Il tempo d'infusione è il tempo d'infusione. se vuoi il the, devi aspettare.
Ci sono tempi che si accorciano, che si restringono come i maglioni di lana lavati per la prima volta dagli universitari fuori-sede; ad esempio, se vuoi comprare un paio di scarpe in Australia, ci metti mesi a inizio ottocento, giorni a metà novecento, secondi oggi. Questo è un tempo che ha la proprietà di accorciarsi.
La metafora più brutta che mi viene in proposito è: immaginate il tempo come un cazzo e la tecnica come un secchio di acqua gelida.
Altri tempi sono tendenzialmente identici a se stessi. il tempo d'infusione di questa tisana è di cinque minuti all'inizio dell'ottocento, cinque minuti a metà novecento, cinque minuti oggi. Ma oggi che tu sei appena scesa per le scale, e io non ti posso più parlare di ciò di cui non ti ho parlato, quei cinque minuti sono l'istante eterno in cui una squadra d'assalto irrompe nel silenzio di un teatro occupato. Mangio la tua torta, muto, e ogni boccone è una frase che ingoio.

Nel buio resto, col petto schiacciato contro il materasso e aspetto. Sento. Gli alveoli si contraggono e distendono in microspasmi tentacolari, torpidamente immersi nella nicotina. Coreografie di anemoni e coralli per verdazzurri mondi sottomarini; la danza del diaframma increspa la superficiale crosta delle lenzuola, la morbida spuma oceanica del piumone. Il mio respiro è il respiro del mare; dietro le palpebre, visioni subacquee, sirene e kraken.
Oltre la metà del letto, aspetto, immobile. Non lo vedo, non lo tocco, non lo ascolto, non lo annuso, non lo assaggio. Eppure lo percepisco, l'Altro, diffuso nel buio come un presente immenso. L'Altro, pure immobile, percepisce - lo percepisco - che lo percepisco. Il rischio è pensare all'Altro - immaginarlo - come Sé. O come un Sé verde fluorescente coi tentacoli di polipo. Percepirlo è un altro conto: percepirlo, l'Altro, non si può, se non come Sé. Ma per percepirlo, dev'essere già manifesto, come una presenza in una stanza buia.
"Che freddo..."

Nella luce lattea della mattina, il romanzo è sospeso come una lastra medica contro il bianco del muro. Quella pagina la leggo - la rileggo quella pagina - incredulo come un medico che scorge tra le costole un tumore grosso come un pompelmo. E nell'aria spettrale della casa addormentata, la porta-finestra non si vergogna di illuminare quel cancro: il pudore abbandona il sole all'alba.
Semi-sdraiato sul divano - trono della pigrizia -, seduto sugli "allora", oscillo tra le righe stampate e le palpebre serrate, abbandonato alla corrente come un cetaceo che si è spinto troppo vicino a riva.
I piedi scalzi infilati nel poncho, l'alito di cornflakes, l'odore di caffè, i cavi della Wii sparsi per la stanza - alghe portate dalla marea della sera prima.
Come un sasso in uno stagno, spezza il silenzio la timida vibrazione dello smart-phone. Sei a fare la spesa con la nonna all'A&O. Stamattina non ci vediamo. Giro la testa e supero lo schienale del divano, con sforzo epico. L'insegna A&O capeggia al centro della porzione di mondo inquadrata dalla porta-finestra, si staglia sullo sfondo lattiginoso e umido come il re di tutti i cornflakes.
Quando esci dal supermercato fammi uno squillo, ti dico, e guarda in alto. Lascio cadere la fogliolina dell'sms sullo specchio a cristalli liquidi del tuo cellulare. Torno a leggere Rayuela di Cortazar, che è un elenco dei miei tumori, a pisolare pallido e contorto sotto il cielo di calce del soffitto, protetto da costellazioni di muffa e crepe.
Trrr- trrr.
Mi risveglia il tuo sassolino digitale contro il vetro, mi avvolgo nella coperta rosa ed esco.
Piove.
Sei lì, piantata sul bordo del marciapiede come un arbusto randagio, e punti il naso al cielo da sotto il cappuccio.
La strada è un taglio che ci divide la pelle.
Dal mio lembo ti saluto con larghi gesti, come uno stupido, insensato papa rosa.
La tua bocca s'incurva sbilenca, come un ponte tibetano.
Domani. Domani la voragine del tempo ci dividerà ancora, in tutti i suoi modi meschini.
Ma non oggi; oggi l'abbiamo accorciata, per un attimo l'abbiamo affamata.

Raccontare è cucire pezze di mondo col filo del senso. Un modo per vestire la nuda vita.




mercoledì 9 ottobre 2013

Vernice

Oggi ho dipinto
un mobile di bianco.
Dipingere qualcosa,
una cosa di bianco,
è come grattarle via
il tempo;
mano dopo mano
svanisce la sostanza
sbiadisce la consistenza.
A toccarlo, 
a tamburellarlo
rimane legno,
ma non per gli occhi.
Gli occhi son fatti
per essere ingannati.
Sotto il pennello
svaniscono i nodi,
le increspature:
il mobile torna puro,
reale e lontano,
appena uscito dalla mente
del falegname che l'ha concepito.
Qualcosa di più simile
alle immagini affrescate
sulla volta interna 
del cranio.

Chiudi gli occhi,
guardalo.

Dentro un quadro di Dalì,
una balena a cassetti
albina
fende le onde
dell'Oceano Artificio.
E per ogni balena,
per ogni balena, si sa,
c'è un capitano.
Cosa cerchi, capitano?
Cos'hai dimenticato
nei cassetti del cetaceo?
Quale ricordo tiene il fiato,
affondato, dimenticato,
nell'acqua salmastra?
Un amuleto,
un corallo,
un'ostrica di cristallo -
bocca degli abissi
che serba ermetica
il suo madreperlaceo 
segreto.



venerdì 27 settembre 2013

D'istante

Esistono universi globulari
tra le palpebre
e i succhi glauchi dei bulbi:
veleggiano improfetabili
- pollini su pellicole acquee -
in attesa d'essere estratti
dalle mani cieche
d'un bimbo esposto,
putto di fortuna.

Esistono fabbriche sotterranee
dove bambini cinesi
cuciono la realtà.
Ho visto sotto i tombini
operai polacchi
tappare le falle
dell'esistente,
cambiare i tubi muffiti
del buonsenso.
A Tokyo stanno progettando
metropolitane invisibili
per gli urli
e i sorrisi.

Abitare una distanza
è passeggiare il silenzio
di portici dechirici
mano nella mano
con un presente paraplegico.



venerdì 12 aprile 2013

Faremo gli occhiali così


Questa storia - come tante altre - comincia intorno al fuoco.
È il III millenio a.C. sulle coste della Fenicia. Marinai dormono sulla spiaggia. 
Quasi l'alba. Le braci sono spente. Fa freddo. 
Così freddo che uno si sveglia, sbadiglia e guarda ciò che resta del falò: cenere nella sabbia. Poi si stropiccia gli occhi e nota che c'è qualcosa tra la fuliggine che riflette i primi raggi del sole nascente. S'avvicina, curioso. Un solido amorfo e vischioso, simile a ghiaccio sporco, scintilla magico alla luce del giorno.
Tecnicamente parlando - per i chimici - è ossido di silicio solidificatosi senza cristallizzazione.
I fenici non lo sapevano. Ma sapevano navigare in tutto il mediterraneo. E vendere. E lo diffusero.
I greci non lo sapevano. Ma sapevano osservare la Natura e desumere leggi. E ci costruirono lenti per concentrare i raggi solari e appiccare il fuoco.
I romani non lo sapevano. Ma sapevano godere degli spettacoli pubblici. E lo usarono per osservare meglio dagli spalti gli scontri tra gladiatori.
I barbari non lo sapevano. Ma sapevano essere tipi pratici. E ne migliorarono la tecnica di produzione.
Gli arabi non lo sapevano. Ma sapevano conservare gli scritti antichi e rifletterci sopra. E rinnovarono l'ottica geometrica.
I veneziani non lo sapevano. Ma avevano un impero commerciale e ottimi bottegai. E lo usarono per costruire occhiali da esportare in tutto il mondo.
Gli olandesi non lo sapevano. Ma erano bravissimi artigiani. E ci costruirono lenti sempre più piccole e precise.
Galileo non lo sapeva. Ma era un genio. E ci costruì il cannocchiale.
(Per alcuni questo è l'inizio della scienza moderna. Il cosmo? Uno spazio infinito. La Terra? Un granello di sabbia. L'uomo? Una scimmia glabra. Anzi - che dico - un acaro, una bestiolina nuda e abbandonata in un universo senza bordi e frutto del caso. Non il prodotto più alto della creazione. Forse neanche l'unico animale intelligente. Forse esistono infiniti mondi. Forse esistono esseri più evoluti. Forse ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne possa pensare la filosofia. Forse...)
Anche Robert Hooke e Antony Van Leeuwenhoek non lo sapevano. Ma erano geniali dilettanti. E ci costruirono il microscopio, perfezionando gli strumenti di alcuni artigiani olandesi.
(Per alcuni questo è un momento di svolta per le scienze della vita e la chimica. L'uomo? Un'agglomerato di minuscoli “animaletti”. Un grannello di sabbia? Un pianeta. Un centimetro quadro? Uno spazio infinito. Non esiste più nulla che non valga la pena di osservare. Forse la ruggine è una foresta. Forse un pezzo di sughero è un monastero. Forse una goccia d'acqua è popolata come un oceano del Precambiano. Forse in ogni cosa si celano mondi popolati da forme di vita sconosciute, o il segreto della vita stessa. Forse...).
L'uomo oggi - grazie al vetro - ha potuto vedere che il vetro è ossido di silicio solidificatosi senza cristallizzazione.
In compenso, non sa più vedere molte altre cose.



lunedì 17 dicembre 2012

Sulla fiducia


C'è un solo punto, nella Dottrina del Diritto, in cui Kant è costretto a postulare l'esistenza di Dio - o almeno l'ipotesi che tutti i cittadini condividano la fede in tale entità - affinché il suo sistema di diritto, altrimenti estremamente laico e fondato sulla sola ragione, possa stare in piedi: si tratta del passaggio in cui affronta la questione del giuramento di fronte alla corte.
L'estremo garante delle asserzioni di un individuo deve essere un ente capace di onniscienza, altrimenti la verità celata nell'intimo della coscienza del soggetto potrebbe sempre sfuggire a una verifica definitiva. Con questa mossa, Kant, non fa che spostare sul piano metafisico un problema pragmatico. È infatti la fiducia, e non la fede, la garante ultima delle asserzioni di un individuo.

Questo diventa evidente nel momento in cui si considera il fatto che la professione di fede stessa non può essere garanzia di fede, se non per il più ingenuo dei giudici. Tuttavia, una garanzia è necessaria per porre termine alla spirale potenzialmente infinita del sospetto di malafede; altrimenti ad ogni meta-asserzione volta ad asserire la veridicità di una proposizione, potrà sempre seguire una meta-accusa che ne metta in discussione la credibilità e la buonafede.
È evidente che su queste basi nessuna comunità di individui può essere costruita.
Ma mentre la dichiarazione di fede - nell'ottica del giudice ingenuo che crede che il semplice riferimento ad un'entità onnisciente garante della veridicità dell'affermazione sia una garanzia indistruttibile della veridicità dell'affermazione stessa - chiama a testimone un'entità trascendente, la richiesta di fiducia chiama in causa la disponibilità a credere della giuria. Questo, ovviamente, non la rende immune da una meta-accusa di malafede.
Dunque cosa può interrompere la spirale del sospetto in un'ottica laica che rifiuta di assumere a fondamento del suo diritto e delle relazioni umane una fede generale e condivisa in un'entità trascendente e onnisciente?
In ultima istanza, la richiesta di fiducia chiama in causa la scelta dell'individuo che, per quanto possa appellarsi ad un calcolo razionale del rischio, non può prescindere completamente dall'accettazione di una componente aleatoria. Al soggetto particolare e non onnisciente cui è rivolta la domanda di fiducia si richiede un gesto rischioso, un salto cieco che - pur tenendo conto di tutte le possibili cautele - implica la messa tra parentesi della possibilità sempre presente della menzogna. La fiducia è l'oblio della menzogna. Essa apre un campo dove l'altro può mentire senza che la sua menzogna sia individuata da occhi che non siano i suoi.
In altre parole: ogni affermazione S - nella sua pretesa di essere vera - può essere messa fra parentesi e assumere la forma: “è vero che ( S )”. Ma questa meta-affermazione può a sua volta essere messa fra parentesi - cioè: “è vero che [ è vero che ( S ) ]” - , e così via ad libitum.

L'unico modo per uscire da questo empasse - ove non sia possibile una verifica dei fatti, e questo sembra essere il caso maggioritario nel momento in cui si tratta di relazioni umane - è l'escamotage di girare le parentesi in modo che includano la possibilità della menzogna e forcludano l'asserzione originale: “non è vero che ) S ( “.
Questa soluzione - che da un punto di vista strettamente logico e formale non aggiunge né toglie niente al problema - , ovviamente, non permette una garanzia assoluta, pur manifestandone in qualche modo l'esigenza.
La possibilità del tradimento è sempre presente, eppure, affinché la fiducia svolga la sua funzione permettendo il normale svolgimento dei commerci umani, deve essere in qualche modo - e in diversa misura a seconda dei casi e della propensione individuale al calcolo del rischio - accantonata, obliata, messa fra parentesi. Il tradimento è relegato sullo sfondo gestaltico da cui emerge la definizione accettata della realtà che lega inter-soggettivamente gli individui coinvolti nella relazione. Uno sfondo sfumato, che l'attenzione condivisa non percepisce distintamente. Solo così un'affermazione inverificabile che deve essere accettata come vera può svincolarsi dalla spirale del sospetto.
Tradire significa dire tra parentesi, lasciando deliberatamente che la menzogna cada nel campo impermeabile all'altro che la fiducia accordataci ha aperto.
Questo scarto, questo campo di solitudine che ogni rapporto deve prevedere, è il luogo dove il volto umano si prepara a sostenere l'affermazione, il retroscena dell'azione dove l'attore respira, tolta la maschera.


venerdì 9 novembre 2012

La Grande Consolatrice - III parte


Un anno passò
sotto il giogo di Theowulf:
Sodomia,
perversione,
sadismo,
spaghetti spezzati
prima d'esser gettati nell'acqua;
la fattoria dei due fratelli
era dominata dal caos.
Ma il giorno
del Grande Guardiano
si avvicinava ormai
e Ihmilnir pregava
così in cuor suo:
Grande Consolatrice
che vivi tra le nubi
e tutto scorgi
seppur mai scorta,
fa che la Tua Legge
illumini il cuore
di mio fratello,
fa che egli abbandoni
i suoi propositi
cruenti e indegni,
e se ciò non è possibile
staccagli il collo
di netto.
Amen”.
Il mattino fatidico
il cielo era bigio
il vento umido
le bestie agitate:
un puntino bianco
lontano sull'orizzonte
mutò rapido
in un Grande Guardiano
molto vicino.
Theowulf
era già alla terza sambuca
e il suo alito puzzava
di vomito bollito,
Ihmilnir vibrava
di speranza e rancore.
Il Grande Guardiano
declamò la frase rituale:
Avete dunque vissuto
nella Sua Legge
per il Suo Amore?”.
Subito Theowulf biascicò:
Puoi dirlo, zio!”,
ma Ihmilnir, paonazzo,
urlò fuori di sé:
Mente!
Guarda i suoi occhi,
guarda le orbite vuote
dei suoi figli,
guarda la schiena incisa
di sua moglie!
Egli è un demonio
fattosi carne!”.
Cadde un silenzio
pesante come una cattedrale.
Allora il Guardiano,
con la sua faccia impassibile
di marmo bianco,
afferrò lesto Ihmilnir per la collottola
e schiaffandolo sullo stallone
rombò:
Ti sei macchiato di calunnia
verso tuo fratello.
La Grande Consolatrice
farà di te ciò che è giusto”.
E mentre la fattoria
si faceva lontana,
nelle orecchie di Ihmilnir
permaneva
l'eco della risata demente
e cattiva
di Theowulf.
Ora,
non voglio dirvi
cosa può essere
farsi la mulattiera pietrosa
che porta al tempio della dea
a dorso di cavallo e senza sella
per uno che nell'ultimo anno
è stato inculato a secco
un giorno si
e uno due volte,
ma vi assicuro che
quando furono in cima
né i marmi, né le colonne, né le filigrane d'oro
riuscirono più a stupire
il povero Ihmilnir.
Era il vespro,
il giorno dissanguava
nella pozza vermiglia del tramonto,
La Grande Consolatrice
sedeva sul suo scranno
d'ebano e d'avorio
nel centro del naos;
immensa
pallida
statua d'autorità.
Un velo di seta
le copriva il volto.
Ihmilnir, tremante,
s'inginocchiò alle sue caviglie
scortato dal Grande Guardiano
e attese.
Il gigantesco funzionario,
dopo la riverenza,
con voce stentorea parlò:
Costui è Imhilnir Capuozzo
figlio di Torquato Capuozzo
della terra tra i due fiumi,
colpevole di calunnia
nei confronti del fratello;
quale fato gli spetta
Madre della Legge?”
A quel punto,
il piccolo uomo
- tremante -
alzò il capo,
e pieno di fede
nella giustizia
disse:
Non è vero.
Non è vero, potente dea:
mio fratello,
è lui il colpevole
di turpi delitti
e oscene azioni.
Io sono buono
e vivo nella tua Legge:
guarda il mezz'uovo di struzzo
che porto sul capo,
guarda le mie mani
ancora sporche del sangue del capretto
che per te ho scuoiato
e delle minoranze
che ho picchiato duro!”
Un coppino lo zittì
fulmineo.
Poi la dea parlò:
Come osi insegnare
alla madre della Legge,
alla cugina di terzo grado della Giustizia,
alla zia materna dell'Amore,
alla sorella di un amico della Verità
cosa è giusto
e cosa sbagliato?
Non sai forse
che di quassù
tutto vedo?
Impertinente scarafaggio!”
Ma... io... veramente...”
Veramente sto cazzo!
Come ti permetti,
testicolo di bue,
di venire qua ad insegnare
a me
il mio mestiere?
La tua punizione
sarà tremenda!
Divorerò il tuo cuore,
berrò la tua anima,
cancellerò il tuo nome
dal libro del mondo
e a quel punto
diventerai il mio nuovo
Grande Guardiano”.
E dicendo ciò
si sciolse il drappo
che le copriva il volto
e mostrò a Ihmilnir
uno sguardo cieco
demente
e violento
in tutto identico
a quello ubriaco del fratello
mentre cavava gli occhi
ai suoi figlioletti.
Ihmilnir, sconvolto,
incredulo,
con un filo di voce
ebbe la forza di constatare:
ma come, padrona mia,
come potrò ricevere tutti i poteri
del tuo funzionario?
Io sono solo un uomo,
egli
non dorme
non beve
non mangia
non minge
non caca
non crede
non respira
non spera
non pensa
non fa
all'amore”
Quasi
tutto
vero”
la voce,
laconica,
precedette di poco
la mano di marmo
del Grande Guardiano
che gli afferrò i capelli
lo sbattè sul tavolo
gli stracciò la veste
e gl'infuse la sua forza.

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EPILOGO

Un anno è passato.
Una nuvola di tempesta
attraversa la valle tra i due fiumi,
arriva alla fattoria.
Il Grande Guardiano
smonta da cavallo
e recita i versi rituali:
Avete dunque vissuto
nella Sua Legge
per il Suo Amore?”.
Suo fratello gli risponde,
alitandogli in faccia
odore di sangue rancido:
Certo, stronzo”.

Beati gli affamati
e gli assetati di giustizia,
perchè saranno giustiziati.