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venerdì 15 novembre 2013

PLEY


Domenica 17 Novembre, h 18.00-20.00 e 22.00-00.00

Gasoline Road Bar. Cerreto Castello. Nella provincia della provincia.
Esattamente lì, esattamente in quel lasso di tempo, potrebbe accadere qualcosa di bello. Potrebbe perché dipende da chi vi parteciperà. 

Vi state chiedendo di che si tratti? Ebbene: un esperimento musicale, un concerto interattivo, una live session con quattro musicisti da suonare - quei bravi ragazzi dei #y, per intenderci. 

Vi state chiedendo come funziona? Bravi. Continuate a chiedervelo.

Vi dico solo che, chi volesse offrirsi come cavia volontaria, avrà l'opportunità di influenzare il flusso di improvvisazione attraverso parole, frasi, suggestioni. Io, il Cappellaio, farò da tramite, danzando sulla linea sottile che separa chi si esibisce da chi assiste passivamente. 

Il prodotto sarà un cinema di immagini mentali sorrette da una robusta colonna sonora condivisa. Un gioco d'interazione in cui pubblico e performer s'influenzano reciprocamente, dando vita ad un'atmosfera fatta di suoni e immaginazione.

Insomma - non si fosse capito - venite che si spacca tutto.

Il Cappellaio

lunedì 30 settembre 2013

Il Dogma Spressionista

Ho sempre sognato di fare il regista. Ma sono pigro. Ora i nuovi potenti mezzi tecnologici a disposizione delle masse mi hanno permesso di realizzare il sogno suddetto. Posseggo uno smartphone - uno smartphone nokia-fetecchia, per la precisione - e tanto mi basta per catturare gli eventi che accadono.
Tuttavia, volendo essere trasparenti, il mio sogno nella sua interezza è: vorrei essere un regista di film cult, d'essai, di quelli da citare durante un vernissage con un bicchiere di brachetto in mano, ottenendo come solo risultato uno sbadiglio metro-goldwiniano della figona in abito da sera che avete messo con le spalle al muro a colpi di aggettivi.
Dovevo quindi trovare il modo di supplire alla mia palese incapacità tecnica, alla penosa scarsezza della strumentazione, all'estemporaneità dei miei filmatini del cazzo.
Così ho deciso di fondare un movimento cinematografico, una nouvelle vague 2.0, che giustificasse la totale inadeguatezza del prodotto facendola passare per ricerca stilistica d'avanguardia.

Ecco quindi che nasce lo Spressionismo.

Il cinema Spressionista è alla portata di tutti, è popolare, ma allo stesso tempo è un cinema di ricerca, sperimentale, che vuole restituire una genuina visione fenomenologica dell'esistente. Fare del cinema Spressionista è facile, divertente e ti permette di essere immediatamente un intellettuale, oltre che un artista.
Basta che ti attieni al Dogma. Il Dogma Spressionista, per l'appunto.

DOGMA SPRESSIONISTA

1- Il film deve durare massimo 34 secondi.
2- Il film dev'essere prodotto utilizzando unicamente la telecamera di uno smartphone o di un qualsiasi attrezzo digitale di nuova generazione il cui utilizzo primario non sia quello di fare foto o filmati. Gettate la vostra reflex da hipsters del cazzo. A noi ci piace il pixel.
3- Il film dev'essere in bianco e nero. Vi concedo il seppia.
4- Vietata la post-produzione.
5- L'audio dev'essere in presa diretta. Vietata qualsiasi colonna sonora extra-diegetica.
6- La decisione di fare il film dev'essere estemporanea. No sceneggiature. No casting. No prove. No preparazione di un luogo adeguato alle riprese. No attesa o creazione della luce giusta. Niente di niente. Si fa tutto come capita. L'attore è se stesso, non un personaggio. O, al limite, è se stesso che fa un personaggio.
7- Il cinema Spressionista non è né narrativo né documentaristico: è allusivo e fenomenologico. Non racconta una storia, la fa sospettare. Non cerca di mostrare un fatto reale, ma uno sguardo sulla realtà.
8- Il cinema Spressionista non è noioso, ma solo perché dura poco. Deve riuscire a trasmettere l'idea di essere pretenzioso pur nella sua inconsistente brevità. Sarebbe meglio se fosse sempre accompagnato da una lunga critica o recensione, anche scritta dal regista stesso.
9- Il cinema Spressionista è una cosa seria.
10- Il cinema Spressionista non è una cosa seria.

Ma poiché sono uno strenuo sostenitore del fatto che un esempio sia meglio di molte parole, eccovi un corto Spressionista che ho girato recentemente e di cui vado molto fiero.



LA PORTA SUL NULLA

Regia: Simone Perazzone
Con: Francesco Pavignano
Durata: 22"


martedì 27 agosto 2013

Omaggio a un cane

Bambino, ero. Bambino, ricordo. Occhi grandi, gambe corte, ego smisurato, immaginazione irrequieta: sapete, no? Tutti son stati bambini, chi più chi meno. E il periodo preciso dirvi non so; poteva essere quell’era della vita in cui di anni ne conti soltanto sulle dita delle mani, sicchè i piedi rimangono liberi e ancora puoi correre in lungo e in largo, dove ti garba.
Lasciata alle spalle la casa nuova dove pochi mesi addietro - a tradimento - la famiglia mia aveva traslocato, mi facevo trascinare sotto il sole frastagliato d’inizio estate da un batuffolo di pelo nero, nuovo acquisto di quell’anno. Preso forse per placare il mio capriccio costante, la mia necessità d’un compagno di giochi, paziente e sommeso, pronto a darmela vinta, Birillo si rivelò una faccenda un po’ più complessa; che, sì, il cucciolo di cane ignorava l’arte del sillabare, ma anch’esso aveva pretesa di fanciullezza. E allora occhi grandi, gambe corte, ego smisurato e immaginazione irrequieta valevano anche per quella creaturina, che domare si rivelò impresa impossibile e fonte di frustrazione perenne.
“No! Birillo, vieni qui! No pipì lì, no! No! Birillo...”
Inutile. Un arco biondo già disegnava l’aria tra pene e muretto grigio. Poco pudore, poco rispetto dell’altrui proprietà. Bisognava educarlo.
Ma il caldo seccava le parole in gola, lasciava poltiglia acida da deglutire o sputare, e gl’occhi incerti sfruttavan le ciglia lunghe per difendersi dal bagliore accecante dell’estate cittadina. Non era poi così grave, si poteva soprassedere. Marachelle di bambino. Marachelle.
Capita talvolta di sentir leggero il capo e sentir danzare intorno rumori come di ronzii - ne parlo da poco esperto, badate, che la mia pressione non è mai scesa sotto ai limiti di guardia . Allora la vista si fa sfocata e piccoli pallini di luce pulsano lungo l’iride, come api colorate o disturbi catodici. Ammasso di elettrodomestici difettosi: sempre questa l’impressione che mi ha dato il corpo.
Il caldo. Il caldo, sicuro - si dice un adulto - ho mangiato poco, è logico. Non c’è problema - suggerirebbe la mamma prudente, dolcemente vestita nel suo sorriso, versando un bicchiere d’acqua fresca e stemperandovi, accurata, una bustina di zucchero bruno. Ma fuori casa, un bambino, si che sa... pensa: magari son drogato, magari quella bustina di figurine che ho raccolto ieri da per terra... ma che mi viene in mente mai, mi starò sbagliando; basta stringere forte gl’occhi, un po’ di pressione... ecco così, abbassar la testa quel tanto...
Lampo di buio.
Danza di fate colorate, elettriche, dionisiache baccanti dell’iride divorano l’immagine e ne risputano a piacere contorni inventati, forme inusitate. Alice nel paese delle meraviglie.
Un fischio come di flauto dall’aggregato di mattoni arancioni di fronte alle casette a schiera: Pan tra i muratori dirige i lavori del cantiere con festosa disciplina. Il cane bianco della casa accanto, incomprensibilmente eretto su due zampe, persiste nel ripetere con foga “cespuglio” nell’idioma degl’anglosassoni - forse, veggente, voleva svelare al mondo o quanto meno a me il nome del prossimo presidente degli States. Un re alato, nell’etere azzurro sopra al mio capo, urla a squarcia gola la prima lettera dell’alfabeto, come a ricordarmi ch’io sono la zeta - nonostante ancora ignorassi il segreto dell’Ibis, sacro Toth d’egitto, Ermete mio amor. Birillo, nel mentre, si cimenta in una titanica, eterna lotta con la verde e grassa mantide bigotta. Lupo d’Odino, fiuta la sorgente.
Lampo di luce.
Una rete di rame mi divideva dal giardino che stava per esser mutato nell’ennesima villetta. Ronzio sommesso. Alzo lo sguardo, mi spavento. Sgomento, verde sgomento.
Un animale mai visto, dalle fattezze di piccolo elicottero, stava sospeso ad un palmo dal mio viso.
Corpo allungato dall’aspetto tubiforme, ali lunghe e sottili, trasparenti, vibranti, testa formata da due belle sfere brulicanti d’occhi, quasi un culo.
Rimango lì, atterrito. Birillo, come di consueto, non dice nulla.
“S-sei velenoso?”, domando trepido.
Non risponde.
Continua a fare su e giù di pochi centimetri, come fosse attaccato ad un elastico trasparente.
Mi fissa, mi mette in soggezione.
Poi si stufa - forse mi trova carente di stimoli d’interesse - e si posa sulla cima della rete di rame, come un Karate-Kid in equilibrio sul suo paletto. Fisso. Immobile.
Giro lo sguardo, prima a destra, poi a sinistra: una lunghissima fila di esseri simili al primo, alteri e superbi, è posata sulla sommità dei fili della grata.
Mi guardano? Non mi guardano? Migliaia di occhietti fissi nel vuoto, laconici.
Mi sento giudicato. L’atmosfera è afosa, kafkiana; sembra un’aula di tribunale.
Pare che da un momento all’altro una di quelle strane divinità mi debba indicare con la zampetta sottile e flessuosa, come a dare l’ordine all’intero pantheon di scatenare la sua ira funesta su di me.
Retrocedo di un passo.
Lancio uno sguardo al soldato Birillo per saggiarne lo stato di forma: occhio vispo, gamba agile e pronta; non pare aver riportato gravi danni durante l’incontro con il mostro-mantide, che giace schiacciato al suolo in una poltiglia verdastra e si lascia andare agl’ultimi scatti nervosi di zampa, come son soliti gl’insetti prima di morire.
Un cenno del capo sancisce un tacito accordo tra bambino-uomo e bambino-cane.
Un’ultima occhiata timida agl’immortali re del tempio di rame, una preghiera sommessa affinché le statue insettiformi non mutino in mostri viventi carnivori e... via!
Guizzar di muscoli giovani; i due inesperti ma rapidi eroi imboccano di slancio il sentiero di piastrelle rosa che li riporterà al castello tra le braccia accoglienti di re e consorte.





venerdì 14 dicembre 2012

Mi son messo le dita

Mi son messo le dita
nel naso
mi son messo le dita
nella bocca
mi son messo le dita
negli occhi
mi son messo le dita
negli orecchi
mi son messo le dita
nei capelli
mi son messo le dita
nei budelli
mi son messo le dita
nel culo
mi son messo le dita
nelle ascelle
mi son messo le dita
nei pori
della pelle
mi son messo le dita
tra le dita 
dei piedi
mi son messo le dita
nel buchino 
del cazzo
Mi son messo le dita
in ogni
pertugio
ma sempre incappai
in un fondo
chiuso.
Mi son sentito 
un pozzo vuoto
e poco profondo,
una tazza
tappezzata
di schifezza.
Poi
Mi son messo le dita
nella massa grigia
e mi son sentito sprofondare
tutti i palmi
tutti i polsi
tutti i bracci
fino ai gomiti,
alle spalle,
alle reni
per poi cadermi
tutto dentro
e precipitarmi
infinitamente
e sentirmi svaporare
in un alito 
di nebbia
accidentale
condensa
sulla finestra
da cui il nulla
si guarda
la nuca.