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domenica 8 giugno 2014

Tra le tette dell'Estate

L'Estate è una rappresentante
di frutta bocca a bocca:
s'intrufola in casa
nelle buste della spesa
e s'insedia nella cesta,
nel piatto, nella dispensa,
sciorinando il suo campionario
- ragguardevole, davvero, campionario -
di dolci, tonde robe
dal rosso all'arancione.

Per quanto mi riguarda
la regina madre
di tutti i fottuti frutti
è la pesca tabacchiera,
anche detta
platicarpa,
o nettarina piatta
o meglio ancora
saturnina:
malinconica razza
di pesca domestica
dal caratteristico aspetto
di supertele sgonfio,
gusto robustamente zuccherino,
consistenza vellutata fuori
e sbrodolona dentro.

La Saturnina
si approccia
rigorosamente così:
innanzitutto
si spezza a metà
con gesto eucaristico,
poi si butta in bocca,
 - per prima e subito -
la metà senza nocciolo;
ora, con la mano libera, 
puoi togliere il nocciolo.
Infine ci si gode l'ultima metà,
senza fretta.

Ottima da mangiare
pensando sia il cervello
appena estratto
dalla testa di cazzo
del tuo peggior nemico.

Se la metti in macedonia
insieme a robe plebee
come mele e anguria,
evita di parlami,
Coglione.
Grazie.

Quando la mangio
e non ho nemici
da bestemmiare,
mi sembra come
d'infilare la faccia
tra le tette sudate
e giganti dell'Estate
e fare con le labbra
sulla pelle aranciorosa
tutti i versi che so fare,
tra cui l'aeroplano
che sorvola il mare.


lunedì 20 maggio 2013

Nocciola

La donna è un mistero
un granchio dai denti d'oro
un'isola di druidi incappucciati
un vessillo strappato e sgargiante
che garrisce al centro
di una rosa dei venti
discordante
un carnivoro morbido
un viscero nero
un cerchio mai chiuso
un centro inarrivabile
un siero giallo
di bile e mascarpone
un silenzio orchestrale
una corda di violino
in attesa di vibrare
la donna davvero
mi si lasci di dirlo
è un armonico
commento
di vuoti e di pieni
al tatto sgomento
un mare danzante
tra creste d'onda
rosa di carne
boa il tuo sguardo
nocciola
a cui m'appendo
altrimenti perso
nel flusso epifanico
del tuo accadermi addosso:
amarti mi rimane
è tutto ciò che posso.


mercoledì 16 gennaio 2013

Francamente, me ne sciacquo.


Oggi ho finito lo shampoo che amavi. Che strano. Proprio oggi, che tu più non m'ami.
Lo shampoo più balsamo, nel flaconcino arancio - che diceva luccicando: "ricci perfetti", che diceva sornione: "sapore di more" - galleggia nella spuma tra i capelli morti, tra i miei ricci, non proprio perfetti. Galleggia svuotato, ugualmente arancione, ugualmente luccicante e perfetto nella forma sua esterna d'ingannevole tubetto. Galleggia e non s'arrende al gorgo; blatta di plastica riversa, fantasma vuoto, bolla d'aria e polietilene, ricordo d'odore, d'essenza concentrata, cremosa, emolliente.
Quanto sei durato: un mese? Qualche giorno ancora? Più o meno, a contarlo male, quanto il nostro amore.
Se quella sera non fossi uscita, se in quel locale una nostra amica, se il cocktail fosse stato più leggero, se non avessi dato le spalle a, se la musica almeno, se non ti avessi mai visto sul treno, se casa mia fosse stata a due passi, se tu non mi avessi presa sotto spalla e se io non avessi avuto rovi di more mature tra i capelli freschi e fragranti di shampoo.
È colpa mia se tua nonna ti preparava la colazione col the e la marmellata di more?
No, non credo.
La colpa è delle lancette che s'incontrano sempre, dopo ogni giro, nel mezzo, perfette. Come quella notte, alle tre, le nostre bocche. Ogni incontro obbedisce al capriccio di ritmi indipendenti, che per poco, casualmente, s'intrecciano in un valzer di millimetriche coincidenze.
Le bestie innamorate, non sanno mentire: il loro affetto ha un linguaggio chimico, un inchiostro ghiandolare, che marca la pelle dell'altro, lo spazio e l'intento. Ma segue un ciclo preciso, un ritmo astrale, come quello delle lancette: dopo poco si separano, sia i corpi che le bocche che le strade. Si spegne ogni odore.
Gli uomini, invece, mentono sui profumi, persino, figurarsi sugli amori.
Puoi cercare, se vuoi, la marca del mio odore sullo scaffale dei prodotti da bagno, al supermercato. Taccheggiare un po' di nostalgia.
Ero una torta di more, ogni mattina tra le tue lenzuola; ora galleggio sulla spuma di ricordi, flacone vuoto, spettro orfano del tuo desiderio.

Domani è un altro shampoo.