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sabato 11 aprile 2015

Nobili mobili

Una sedia cade:
Il Marchese de Sade
La guarda cadere,
E prova piacere.

Si sente poi "Toc!"
È il conte Masoch
Che con il malleolo
Centra uno spigolo;
"Oh, mi spiace, non v'ho veduto!"
Si scusa il tavolo, preoccupato,
Ma quello è già caduto
Perdutamente innamorato.

sabato 23 agosto 2014

Tristezza d'Estate

D'Estate la tristezza
dovrebbe assicurarla
la mutua.
S'è lusso d'Inverno
- e così è bene - ,
per gl'occhi sudati
è il solo modo
di non soccombere
alle pance bianche,
alle occhiaie incavate,
alle ascelle pezzate,
ai liquori zuccherati,
alle risate dei gabbiani.
Senza tristezza
mezza sopravvivenza.

Guardate le frutte
che a dispetto delle bucce
e dell'apparenza
decisamente idiota
sanno bene 
cosa fare
e quando;
guardatele
lasciarsi cadere
molli
inerti
sui terreni aspri
sui cementi cittadini,
osservatele spappolarsi
in mezze giornate di sole,
marcire dal di dentro,
regalare all'alea
il loro nudo seme,
ciò che più le preme.
Poi contate 
le grigliate
moltiplicarsi,
i fumi di carne
salire in cielo
dai barbecue
come offerte votive
agli dei miopi,
i vini versarsi
nell'erba,
mischiarsi
alle larve
e al miele marcio
zuccherino
dei frutti
già detti.
Raccogliete
con lo sguardo
le carcasse
sulle strade,
gli hamburger
di tasso
che sfrigolano 
sull'asfalto.
L'aria è densa 
di cadaverina
e fruttosio,
il respiro buio
di tabacco
e atra bile,
e tutto sembra
disgregarsi
e svanire
come un vortice
di pulviscolo
o un secchio di sabbia
versato nel cratere
del mare.
Ma mai nulla muore,
mai nulla davvero:
arriva sempre
la risata gelida 
d'Inverno
a ghiacciar 
la putrescenza,
a imbiancare
le righe
nei campi,
a conservarci
più rigidi,
più stanchi.






lunedì 10 marzo 2014

I sassi non fanno girare l'economia

Ho provato
ieri
a vendere la mia vita
a un sasso.
Ho provato,
ma il sasso
ha rifiutato.

Ho contrattato.

Gli ho offerto
il fiato
grosso
dopo una corsa,
uno sguardo
panoramico
dall'area verde di Castellazzo,
l'impressione tattile
delle tue unghie
assorte
sulla mia nuca.

Gli ho offerto
un dito gelato di malinconia
che dal buco del culo
risale fino allo stomaco,
gli ho offerto
lo sguardo di odio
che germoglia
dalle orbite cave
di una testa di morto,
gli ho offerto
un filo 
d'argento
che non riesco
a infilare
nella cruna del senso.

Lui,
sasso,
stoico,
strenuo,
scuoteva i cristalli,
garbato.

Ho provato
a corromperlo
con vili denari,
likes su facebook,
sorrisi popolari,
cortesi
polari
ammiccamenti.
Ma niente.

Gli chiedo perché,
per che ragione
non ardisce
di vivere
e sentire
calore nelle viscere.
"è facile",
risponde
e risplende
di pirite:
lui, semplicemente,
preferisce godersi
l'ottusità,
la completa 
assoluta
esteriorità
di se stesso,
la noumenica
inarrivabile
pienezza
del vuoto
di coscienza.
Si spettina
gli atomi
e ride
nella brezza
di nulla
che spira 
dall'abisso
imperscrutabile
dell'inorganico,
sospira
ai tramonti fluorescenti
che squassano
i cieli ciechi
della fisica meccanica,
s'abbandona
ai brividi
d'impercettibili 
radiazioni cosmiche.

Lui è,
sostanzialmente,
alla fin-fine
- e anche all'iniz-inizio -
un cazzo
di sasso
- immobile.
E scemo io
che gli parlo,
e scemo io
che gli chiedo,
e scemo io
che mi credo
un rappresentante
porta a porta
della vita.

Grumo
d'inerzia 
grigia,
scoglio 
del pensiero,
servo
della gravità:
da morto
parlerò
il tuo rigido
alfabeto,
forse ci capiremo;
per ora 
ti scaglio
bestemmiando
sulla pelle
riflettente
di uno stagno.