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mercoledì 26 novembre 2014

Le ultime cinque carte

Le ultime cinque carte
prima di accenderle
ci pensi bene,
ma bene per davvero:
che ti si secchi
la saliva tra le fauci,
le mani ti si sfacciano
in grumi d'ossi,
scuri di pece 
ti s'aggomitolino 
i polmoni
se le sprechi.
se le sprechi.
se le sprechi.

Non s'incendia
senza un senso
un'oasi di fuoco
nel deserto.

Pagheremo 
monete di tosse
per ogni foro 
di sigaretta
che abbiamo allargato
sul filato della sera.

Quando
dondolano flaccide
ali di feltro slabbrate
dalle braccia impigiamate
quando
scendono le ghigliottine 
di sali&tabacchi
e decapitano 
dissonanze cognitive
quando
piangono affamate 
di carte sanitarie
le macchine automatiche,
allora
una rizla
diventa 
tappeto volante
e vento
e dispensatore d'incenso.

Le ultime cinque carte
rimaste
prima di accenderle
ci pensi bene.






mercoledì 8 ottobre 2014

La mia città è come le mie scarpe

La città che abito
Somiglia alle mie scarpe.
E le mie scarpe
Sono eleganti
Usate
Nere
Consumate.
La suola minaccia
Di scollarsi
Ad ogni passo,
Ma rimane
Sempre e ancora
Insieme:
Una tensione di niente
Le tiene unite.
Non le cambio
Per pigrizia,
E perché odio
Le botteghe,
O forse perché
Dovrei cambiare
Con esse
Tutto il piede.
Non vale la pena
Portarle dal ciabattino:
Le lascio seguirsi
Sui binari
Che conoscono a memoria,
Calpestando
Come possono
La ghiaia
La pioggia
La noia.
Sono mie,
Mio malgrado,
Come furono
Di mio padre
Prima di me.

La mia città
È come le mie scarpe:
Arriverà la sera
Che riuscirò
A slacciarle.


domenica 14 settembre 2014

Sedendo sul molo, nella baia


Siedo nel sole del mattino
- siederò ancora qui 
quando sarà sera -
guardo le navi dondolare
sempre più vicine
- le guarderò di nuovo dondolare
quando saranno andate
lontane.

Sono seduto sul molo,
nella baia,
osservo la marea che si ritira,
me ne sto qui seduto
sprecando tempo.
Ho lasciato la mia casa
in Georgia
diretto a Frisco Bay:
non avevo nulla 
per cui vivere
e sembrava che per il momento
nulla
volesse incrociare la mia strada.

Così, semplicemente,
me ne sono andato
a sedermi sul molo,
nella baia,
per vedere la marea
che si ritira.
E niente,
ora son qua seduto
sul molo,
nella baia,
spreco tempo.

Sembra che nulla cambierà
ogni cosa continua a restare
uguale,
non posso certo fare
ciò che dieci persone
mi dicono di fare,
perciò, senti,
penso proprio che rimarrò
uguale.

Siedo qua,
mi riposo le ossa,
e questo caos solitario
non mi vuole abbandonare,
mi tiene compagnia;
ho vagabondato per
3218,668 chilometri
solamente per fare
di questo molo casa mia.

E quindi adesso me ne sto qua,
seduto sul molo,
nella baia,
guardo la marea che si ritira,
già,
seduto qua sul molo,
nella baia,
spreco il tempo
e fischietto.

fii-I fi fifi
fu fiuu fuì 
fefe feefefe
fir-i fi-fiuuu.

(Liberissima traduzione di "Sittin' on the dock of the bay" di Otis Redding)




sabato 4 gennaio 2014

Sassolini

Le storie sono onde. Risonanze circolari, amplificazione dell'incontro tra il sassolino scatologico e la placida coscienza, stagna. I corpuscoli sospesi s'agitano, s'aggrumano rametti e foglie, danzan le zanzare e i ragni come zattere nel mare. Pezzetti che ebbero cittadinanza in precedenti totalità organiche - vegetali e animali - , si dispongono secondo geometrie sottili, vapori, ordini brucianti.
La sete è il sasso che getta la mano nell'impasto di mondo e coscienza, per trarne godimento.

Una leggenda cinese vuole che l'imperatore, fermatosi un istante presso una pozza per placare l'arsura, rimase piacevolmente stupito dal sapore squisito di quell'acqua. Si accorse dunque che - verdi lucenti canoe tra le idrovore - alcune foglioline acuminate galleggiavano sulla superficie liquida. Siccome era l'Imperatore, sapeva che, per trovare la causa di un fenomeno, bisogna risalire la gerarchia che domina il contesto in cui esso appare. Così alzò la testa e vide mille occhietti bianchi che gli si schiudevano di fronte. Alti arbusti dai fiori candidi cingevano la pozza come un calderone; i loro rami, mani di strega, oscillavano morbidi arcani, tuffando talvolta le dita nella pozione.
Fu così che i giardini dell'imperatore di riempirono di Camellia sinensis, e le scodelle dei cortigiani di the.
Acqua tinta, pur sempre acqua tinta, che si fa rito e calore, centro bruciante d'incontri di storie. Ma più che acqua, perché meno limpida; più che foglia secca, perché liquida.

L'infusore a forma d'albero di plastica verde, traballa nella brocca. Rivoli bordeaux si dispiegano come gas nervino in un teatro occupato da guerriglieri ceceni. Una tisana alle mele e cannella. Il tempo d'infusione è di cinque minuti: ci vorrebbe qualcuno per chiacchierare. Il tempo d'infusione è il tempo d'infusione. se vuoi il the, devi aspettare.
Ci sono tempi che si accorciano, che si restringono come i maglioni di lana lavati per la prima volta dagli universitari fuori-sede; ad esempio, se vuoi comprare un paio di scarpe in Australia, ci metti mesi a inizio ottocento, giorni a metà novecento, secondi oggi. Questo è un tempo che ha la proprietà di accorciarsi.
La metafora più brutta che mi viene in proposito è: immaginate il tempo come un cazzo e la tecnica come un secchio di acqua gelida.
Altri tempi sono tendenzialmente identici a se stessi. il tempo d'infusione di questa tisana è di cinque minuti all'inizio dell'ottocento, cinque minuti a metà novecento, cinque minuti oggi. Ma oggi che tu sei appena scesa per le scale, e io non ti posso più parlare di ciò di cui non ti ho parlato, quei cinque minuti sono l'istante eterno in cui una squadra d'assalto irrompe nel silenzio di un teatro occupato. Mangio la tua torta, muto, e ogni boccone è una frase che ingoio.

Nel buio resto, col petto schiacciato contro il materasso e aspetto. Sento. Gli alveoli si contraggono e distendono in microspasmi tentacolari, torpidamente immersi nella nicotina. Coreografie di anemoni e coralli per verdazzurri mondi sottomarini; la danza del diaframma increspa la superficiale crosta delle lenzuola, la morbida spuma oceanica del piumone. Il mio respiro è il respiro del mare; dietro le palpebre, visioni subacquee, sirene e kraken.
Oltre la metà del letto, aspetto, immobile. Non lo vedo, non lo tocco, non lo ascolto, non lo annuso, non lo assaggio. Eppure lo percepisco, l'Altro, diffuso nel buio come un presente immenso. L'Altro, pure immobile, percepisce - lo percepisco - che lo percepisco. Il rischio è pensare all'Altro - immaginarlo - come Sé. O come un Sé verde fluorescente coi tentacoli di polipo. Percepirlo è un altro conto: percepirlo, l'Altro, non si può, se non come Sé. Ma per percepirlo, dev'essere già manifesto, come una presenza in una stanza buia.
"Che freddo..."

Nella luce lattea della mattina, il romanzo è sospeso come una lastra medica contro il bianco del muro. Quella pagina la leggo - la rileggo quella pagina - incredulo come un medico che scorge tra le costole un tumore grosso come un pompelmo. E nell'aria spettrale della casa addormentata, la porta-finestra non si vergogna di illuminare quel cancro: il pudore abbandona il sole all'alba.
Semi-sdraiato sul divano - trono della pigrizia -, seduto sugli "allora", oscillo tra le righe stampate e le palpebre serrate, abbandonato alla corrente come un cetaceo che si è spinto troppo vicino a riva.
I piedi scalzi infilati nel poncho, l'alito di cornflakes, l'odore di caffè, i cavi della Wii sparsi per la stanza - alghe portate dalla marea della sera prima.
Come un sasso in uno stagno, spezza il silenzio la timida vibrazione dello smart-phone. Sei a fare la spesa con la nonna all'A&O. Stamattina non ci vediamo. Giro la testa e supero lo schienale del divano, con sforzo epico. L'insegna A&O capeggia al centro della porzione di mondo inquadrata dalla porta-finestra, si staglia sullo sfondo lattiginoso e umido come il re di tutti i cornflakes.
Quando esci dal supermercato fammi uno squillo, ti dico, e guarda in alto. Lascio cadere la fogliolina dell'sms sullo specchio a cristalli liquidi del tuo cellulare. Torno a leggere Rayuela di Cortazar, che è un elenco dei miei tumori, a pisolare pallido e contorto sotto il cielo di calce del soffitto, protetto da costellazioni di muffa e crepe.
Trrr- trrr.
Mi risveglia il tuo sassolino digitale contro il vetro, mi avvolgo nella coperta rosa ed esco.
Piove.
Sei lì, piantata sul bordo del marciapiede come un arbusto randagio, e punti il naso al cielo da sotto il cappuccio.
La strada è un taglio che ci divide la pelle.
Dal mio lembo ti saluto con larghi gesti, come uno stupido, insensato papa rosa.
La tua bocca s'incurva sbilenca, come un ponte tibetano.
Domani. Domani la voragine del tempo ci dividerà ancora, in tutti i suoi modi meschini.
Ma non oggi; oggi l'abbiamo accorciata, per un attimo l'abbiamo affamata.

Raccontare è cucire pezze di mondo col filo del senso. Un modo per vestire la nuda vita.




giovedì 3 ottobre 2013

L'Ondata Spressionista non si arresta

Continua la crociata Spressionista contro l'estetica del benfatto.
Nuovi adepti si uniscono alla causa: segnalo in particolare alcuni lavori acerbi ma intriganti del giovane regista chiavazzese Tommaso Esposito (Nuovo Cinema Spressionista Vol.I ;Anche a Wellington, Spressionismo ;Shadows And Lights). In questi film, la rigidità un po' scolastica con cui viene seguito il dogma del trentaquattresimo secondo stride con la grande libertà espressiva del regista, che trova una sua cifra estetica, un suo alfabeto personale soprattutto nell'uso creativo del sonoro (rigorosamente diegetico, come ovvio) e nella scelta di incentrare lo sguardo su frammenti di azioni in divenire. Non un gesto concluso, quindi, non una storia obliqua ma in sé completa, con un inizio e un termine: nell'Esposito la realtà è colta in medias res e scomposta in segmenti modulari che sembrano suggerire una ripetizione continua, in loop, del filmato. Brevi universi inceppati, atomi di un montaggio perduto, che sembrano poter acquisire un senso pieno solo all'interno di una galassia - indefinitamente ampliabile e mai davvero conclusa - di film Spressionisti in relazione ritmica fra loro.

Vorrei continuare la rassegna odierna proponendovi due mie opere giovanili.

Si tratta di una coppia di film, simili nella struttura ma concettualmente molto diversi tra loro. Ma non si può criticare un film senza prima, prima vederlo... perciò, ecco il materiale:




LA PIZZA


Regia: Simone Perazzone
Con: Elena Pilotto
Durata: 17"




L'ACQUA

Regia: Simone Perazzone
Con: Elena Pilotto
Durata: 24"




 Nel primo filmato lo sguardo si apre su di un piatto di pizza. Finito. Briciole bruciacchiate, come cenere dimentica di ciò che fu, visione entropica di ciò che sarà. Una premonizione? Un flash forward? Andiamo avanti. L'occhio scorre sul dorso della tovaglia, sorvola delle confezioni di grissini legate da un triste fiocchetto, poste lunghe, orizzontalmente, come una frontiera, una linea che separa regioni di spazio ostili. Ecco un altro piatto di pizza. Finito. Le croste languono, abbandonate, dimentiche, sulla superficie farinosa di ceramica, come ad indicare la sazietà e forse anche la noia, la nausea. Ormai palese il richiamo a Sartre e all'esistenzialismo francese, ecco un'inquadratura che è un chiaro omaggio al maestro d'oltralpe Jean Luc Godard. I gomiti puntati sul tavolo, la maglia nera, la fronte spaziosa pigramente abbandonata contro il pugno che sembra reggere una sigaretta virtuale, i chiari occhi malinconici: la comparsa di Elena Pilotto è come un'epifania che richiama in vita la splendida Anna Karina della nota scena del café di Vivre Sa Vie. Non perché Elena Pilotto sia splendida, sia chiaro. Ma più per quell'aria insieme sofferente e profondamente consapevole. Consapevole e responsabile.  Il suo volto muta rapidamente, prima sembra aprirsi in un dolce sorriso, quasi un segno di sintonia e intesa con quello sguardo che sta aldilà della frontiera di grissini. Poi si abbassa, rassegnato, disilluso, forse colpevole, forse stizzito. Lo sguardo cinematografico stesso, come imbarazzato, si allontana da quel volto pallido e sovraesposto, come circonfuso dalla luce che proviene dall'ampia vetrata sullo sfondo. Ed ecco che - proprio mentre comincia a farsi più insistente il vociare della gente nel locale - appare una parete riflettente, che ci rimanda la silhouette della Anna Karina di Lorazzo che si staglia fra i riflessi degli avventori, come a ricordare che i due seduti al tavolo non sono soli. Non possono mai essere soli. Sempre le nostre scelte devono tener conto del reticolo di altri sguardi che compongono l'universo sociale, e che vengono incorporati, pian piano, come buonsenso, nel nostro stesso sguardo. Il peso di questa consapevolezza deve aver schiacciato il lampo di sintonia che s'era acceso negli occhi dell'attrice, che avevano trovato - immaginiamo - un corrispettivo in quelli incarnati dall'obbiettivo cinematografico. Quale storia si nasconde dietro questo non detto? Quale azione non compiuta si è spenta nella cenere della pizza terminata? Un amore non confessato? Una coppia che non ha il coraggio di lasciarsi? La volontà inespressa di ordinare un fritto misto di pesce da dividere in due? Un rutto in sincrono? Non lo sappiamo, e non lo sapremo mai.



Il secondo filmato, pur simile strutturalmente, è tragicamente diverso per messaggio e atmosfera. Un bicchiere si manifesta davanti ai nostri occhi. Un bicchiere di vetro, lungo, con qualche gocciolina riflettente che si arrampica sulle sue pareti di ghiaccio. Finito. C'è stata, c'era indubbiamente dell'acqua. Ma non è più lì. Ecco allora l'occhio digitale che si allontana retrocedendo, e appaiono un accendino, una tazzina di caffé - pure, finita - , dello zucchero, il tavolo di un bar all'aperto. Un dehor estivo. Un'atmosfera rilassata, idilliaca. Le esigenze fisiologiche e i vizi sono stati soddisfatti, sarebbe il momento adatto per uno slancio di alta teoresi, di ispirazione mistica o artistica. L'occhio digitale infatti si incammina su per il braccio della solita Elena Pilotto, come per frugare nei suoi occhi e ripescare quel cenno d'intesa. La maglia nera, gli anelli vistosi, le mano attenta che sorregge il mento. La tensione qui è altissima: il momento è propizio, ideale. Potrebbe avverarsi come una ierofania l'avvenimento preannunciato e smentito nel film precedente... e invece nulla: due lenti a specchio coprono gli occhi della protagonista, rimandando questa volta la silhoutte del cellulare nokia-fetecchia che la riprende e lo sfondo di avventori del bar. A rimarcare il fatto, ella scuote lentamente ma inequivocabilmente il capo. Allo sguardo digitale non resta che tornare a concentrarsi sulla natura inorganica del bicchiere, dove forse aveva spento un po' dell'arsura provocata dal deserto della socialità. Forse il ricordo mitico di quella fonte di freschezza, forse il vortice vertiginoso della contemplazione estetica lo spingono infine a tuffarsi nell'orbita vuota del recipiente, ormai secco e inutile.

venerdì 27 settembre 2013

D'istante

Esistono universi globulari
tra le palpebre
e i succhi glauchi dei bulbi:
veleggiano improfetabili
- pollini su pellicole acquee -
in attesa d'essere estratti
dalle mani cieche
d'un bimbo esposto,
putto di fortuna.

Esistono fabbriche sotterranee
dove bambini cinesi
cuciono la realtà.
Ho visto sotto i tombini
operai polacchi
tappare le falle
dell'esistente,
cambiare i tubi muffiti
del buonsenso.
A Tokyo stanno progettando
metropolitane invisibili
per gli urli
e i sorrisi.

Abitare una distanza
è passeggiare il silenzio
di portici dechirici
mano nella mano
con un presente paraplegico.



venerdì 24 maggio 2013

L'unno e il burocrate (una piece in tre brevissimi atti sui mali della modernità)


Personaggi

- Un unno (U)
- Un burocrate (B1)
- Un altro burocrate (B2)

Atto I


B1: Salve.
U (mostrando il biglietto col numero 88): Buongiorno.
B1: Mi dica.
U: Sono qui per consegnare una domanda di squartam...
B1: Ah, no! la blocco subito, così non spreca fiato e tempo. Noi qui siamo l'ufficio "Saccheggi, Ferro & Fuoco". Gli squartamenti sono di competenza del sotto-dipartimento "Torture".
U: Veramente, scusi, ma sul sito era indicato questo indirizzo qua.
B1: Il sito non è aggiornato: il nostro informatico è in paternità e al suo posto c'è uno stagista incapace. Non appena sarà possibile correggeremo l'imprecisione.
U: Capisco. E dove si trova il sotto-dipartimento...
B1: Via Piero Ciampi 77, appena prima della rotonda con la statua equestre di Cristiano Malgioglio. Lei entra, prende la scala destra e sale al quinto piano. Poi segua le urla.
U: Urkukan! Ma è dall'altra parte della steppa!
B1 (si stringe nelle spalle e poi urla): Ottantanoveeeeeeeeeee.

Atto II

B2: Salve.
U (mostrando il biglietto col numero 125): Buongiorno.
B2: Mi dica.
U: Vorrei consegnare una domanda di squartamento burocrati.
B2: Piano, piano... capiamoci: lei intende una domanda di "squartamento burocrate" o una domanda di "strage burocrati"? Perché nel secondo caso, dovrebbe andare alla sezione "omicidi di massa" in via Danny DeVito...
U: No, no, mi scusi. "squartamento burocrate", singolare. Uno solo.
B2: Bene, ha i dati della vittima interessata?
U: No, no, non ho preferenze. Va bene anche lei. Anzi, si, si: facciamo proprio lei.
B2: Come preferisce. Allora ho bisogno dell'attestato di unnità...
U (porgendo un foglio): Ecco.
B2: Dell'autocertificazione di immoralità con marca da bollo da quattordici euro e sessantadue centesimi...
U (porgendo un foglio bollato): Questa qua.
B2: Del certificato medico che dimostra che lei è un bruto...
U (estraendo dalla cartellina l'ennesimo documento, con le dita sozzissime): et voilà!
B2 (sfogliando le pagine del certificato, con tono professionale): Per bacco, che colesterolo!...
U: Eh, si, sa: mangio solo carne secca e grasso di bisonte.
B2: Complimenti, che tenacia. E infine, mi servirebbe la dichiarazione d'irresponsabilità, dove denuncia anche lo strumento di morte che intende utilizzare per compiere l'efferato delitto.
U: Ah, quello non c'era tra la modulistica downloadabile dal sito.
B2: Ha ragione... è che la nostra informatica è in maternità e allora...
U: Si, si, capisco. Per caso è possibile averne una copia da compilare sul momento?
B2: Certamente! Gliela stampo subito.
*Silenzio. Rumore di stampante*
U (cercando di rompere l'imbarazzo e parlando molto forte, per sovrastare il rumore della vecchia stampante): Pare che ci sia il sole.
B2 (con tono neutro): Già.
U: Avrebbe preferito morire in un giorno piovoso?
B2: Mah, sa, cosa le devo dire: la morte quando arriva, arriva...
U: E... la pagano bene per...
B2: Per morire dice?
U: Mh.
B2 (con una smorfia disillusa): Bof! La stessa paga di ogni altro straordinario. Ecco qua il modulo.
U (sorridendo): Grazie!
*U Scrive, B2 ticchetta con la penna sulla scrivania e si guarda in giro*
U: Eccoci! Controlli un po'...
B2 (aggrottando la fronte): Ah...
U: Ah cosa? Che c'è ancora?
B2: No, è che qui vedo che lei come "strumento di morte" ha segnato "spada"
U: Esattamente, e quindi?
B2: E quindi è assolutamente necessario che lei mi fornisca il documento d'idoneità dell'arma, dove si attesta il fatto che ha superato la revisione annuale. 
U: Ma cosa sta dicendo? Che c'entra la revisione della spada?
B2: Vede, uno squartamento, giuridicamente parlando, è una "pratica che prevede la divisione del corpo della vittima in più parti". Nel momento in cui lei intende utilizzare questa pratica come metodo di assassinio, non è possibile - ripeto - non-è-pos-si-bi-le che la vittima muoia per altra causa, qual ad esempio una patologia contagiosa. E, vede, una spada arrugginita può veicolare il tetano con estrema facilità... Ecco, capisce ora che se nel momento dell'autopsia venisse fuori che ero malato di tetano, e che quindi la causa del decesso potrebbe non essere lo squartamento - come legalmente registrato su tutti i documenti - , sia io che lei potremmo trovarci nella difficile situazione di dover dimostrare di non aver testimoniato il falso davanti alla legge...
U: Ma questo è folle! Mi rifiuto di dover certificare la bontà della mia spada!
B2: Signore, non si alteri, è una procedura standard... mi fornisca il documento, da bravo. Se proprio non vuole, mi basta anche solo il numero di serie.
U: Robe da matti. Senta, il numero non lo so a memoria, e il documento l'ho lasciato sul cavallo... e poi ho una scorribanda alle 17, rischierei di far tardi.
B2: Bene, vada a prenderlo, qui è aperto fino alle 16. Vedrà che faremo in tempo!
U: Ma non dovrò mica rifare tutta la fila e riprendere il numerino?
B2: Beh, questo non dipende da me... deve chiedere agli altri utenti del servizio se cortesemente...
U: MA IO LA AMMAZZO!
B2: Suvvia, non faccia lo sciocco. Segua la procedura come ogni altro barbaro: prima compila i documenti, prima mi ammazza. Cosa succederebbe se tutti ammazzassero tutti senza documenti? Senza burocrazia questo mondo sprofonderebbe nel caos... Ceeentoveeentiseeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeei!

AttoIII

B2: Salve.
U: Buongiorno (mostrando il biglietto col numero 207).
B2: Mi dica.
U: Ecco il documento d'idoneità.
B2 (alzando lo sguardo dal monitor): Ah, è lei! Ecco, bravo.
*B2 segna il numero sul certificato e pinza assieme i documenti in un plico unico, U tamburella sul davanzale dello sportello*
B2: Ha visto che a far le cose bene ci si guadagna?
U: si, si, va bene. Ora siamo a posto?
B2: Assolutamente. Un ultimo particolare: dopo lo squartamento desidera dar fuoco al mio cadavere e a tutto l'ufficio?
U: Perché no... comporta qualche ulteriore complicazione?
B2: Direi di no. Mi metta solo una firma qui.
U (firmando, impaziente): Ecco. La benzina me la fornite voi?
B2: Certo: ho una tanica proprio qui nel cassetto. Vogliamo cominciare?
U (sguainando la spada): Non vedo l'ora!

Sipario.





giovedì 25 aprile 2013

Il bosco è silenzioso


Il bosco è silenzioso.
Il vento gelido della notte si sta alzando.
Ho freddo.
La gamba è rigida, non riesco a muoverla. Una macchia scura tinge il verdone delle braghe; il gelo ha impedito al sangue di colare, la neve è rimasta bianca. Nemmeno una goccia di rosso a smangiarne il candore.

“Berto, boia che freddo!”. 

Dio, che voglia di una sigaretta.
Mi frugo in tasca con calma, non c’è fretta. Quando il tempo sta per finire non c’è fretta.
Qualche minuto fa correvo, invece. Boia, se correvo.
I latrati dei cani, le calze zuppe d’acqua ghiacciata, gli spari, i passi di corsa...
E gli ordini: parole secche, cattive. Non capivo quella lingua, non era umana; era come ruggine gracchiata da mandibole di metallo.
Però capivo che volevano fotterci, me e il Berto.

In tasca solo castagne, proiettili freddi e qualche fiammifero... neanche un mozzicone di toscano, di quelli che fumava il Mosca. Povero diavolo, il Mosca. 
Era un macellaio, si unì alla brigata ché aveva disertato la leva; non voleva andare in Russia per via del freddo, diceva, che lui mai che l'ha sopportato, il freddo.
Aveva un bel da fare a spostare vacche a destra e manca per mostrare la ricchezza degli allevamenti italici, il Crapapelata, se poi i soldati del Regno che erano diretti verso la Russia avevano in dotazione la stessa divisa di quelli che partivano per l'Egitto. E lui, il Mosca, queste cose le sapeva perché era macellaio e di vacche se ne intendeva, e si era accorto che eran sempre le stesse. E poi aveva uno zio marxista, che quello di poveracci anche se ne intendeva, e si era accorto che le divise eran le stesse. E allora ci faceva tutti 'sti discorsi qua, sul proletariato e le guerre dei borghesi combattute dai noialtri poveracci e i Lenin e i Stalin...
“Mosca, boia mondo!... senti che freddo qua, altro che tutte le Russie e i Lenin!”
E però lui non può mica essere qua al mio posto, che se no ci sarebbe anche. Ma una sera durante un’azione notturna sto diavolo s’era acceso uno di quei sigari spuzzolenti, e subito un dito di metallo gli ha penetrato i polmoni assieme al fumo ancora caldo.
Quelli ci hanno gli occhi ovunque. 
E così, zitto e Mosca.

“Che freddo, ve'! Puttanalabiscia”.

Mi lascio andare all’indietro e incontro il tronco solido di una betulla. La pianta mi sorregge la schiena con accondiscendenza, premurosa come una sorella. Chissà come sta la Betta. Cara, lei. Piangerà. Ada no. Ada è forte. Ada è testarda, arida. Stringerà i pugni e continuerà a stendere la pasta sul tavolaccio della cucina, come se la staffetta non avesse detto niente. Solo con più rabbia, con più determinazione; quasi che sotto al suo mattarello ci fosse un ufficiale crucco, invece della pasta per gli agnolotti di Natale.
Vedo il mio posto, vuoto, alla cena della vigilia. I parenti come statue del presepio, rigidi, in attesa; la lieta novella che non arriva mai.

“Il caneladro, che freddo, Berto!”

Mi giro e vedo il Berto: è lì, lungo, sdraiato al mio fianco. Le mani, a coppa sul ventre, reggono le budella rosse e fumanti che gli escono dal foro; la faccia, digrignata nell’ultima smorfia di dolore, ormai è bianca.
Gli sbottono il giubbotto e poggio il palmo aperto della mia mano sul suo petto. Immobile. È morto.
Fino a pochi minuti fa stavamo correndo come quando, da ragazzini, scappavamo dal frutteto del Loris. “Sei lento, Berto!”, gridavo, io. E intanto sudava, lui, facendosi rosso nelle guance come le mele che gli cascavan dalle tasche. “Corri, che una volta di queste il Loris ci spara il pepe nel culo!”

"Fa ben freddo neh, Orcalabalena!"

I fucili tedeschi, più secchi e inumani delle grida dei loro padroni, ci sparavan dietro, ad altezza d’uomo.
Eravamo in quattro questo pomeriggio, dovevamo studiare il perimetro del deposito per poterlo attaccare di sorpresa non appena fosse calato il sole.
Non so come avessero fatto a sapere dell’azione, forse qualcuno aveva parlato.
Il primo a morire fu il Gian. Caduto giù come un ramo potato, dritto, senza fiatare.
Subito ci mettemmo a correre, come che avessimo il demonio alle calcagna; io e il Berto in una direzione, il Luigi dall’altra.
Dopo qualche minuto li sentii avvicinarsi.
Un botto. Mi voltai: un fiotto rosso sulla neve.
Avevano preso il Berto alla pancia, lateralmente. Ma era grosso, il Berto, aveva una schiena che pareva un mulo degli alpini; dopo aver barcollato un attimo si tappò il buco con le mani e riprese a correre meglio che potè. C'era una piccola scarpata, poco più avanti, che portava a un posto riparato. Correre non si poteva più.

“Che freddo dell'ocatroia!”.

Gli chiudo gli occhi.
Gli riabbottono il cappotto, e la Madonna Nera mi manda il miracolo: dalla sua tasca cade una bella sigaretta. Rimango un attimo lì, stupito, incerto sulla bestemmia da trattenere.
“Sicuro che non la fumi, Berto?”.
Il Berto fumava un sacco, e aveva pure la tosse. Ma quando che gli chiedevi una sigaretta non te la dava. Mai. Questa volta, però, non rispondeva mica. E allora, dato che non s'è mai visto in chiesa il disegno di un angelo che fuma, e che chi tace acconsente, me la prendo io.

“Che freddo, vaccamerda!”

Mi frugo in tasca con una lentezza rassegnata.
Attorno ormai è calato il buio.
Il bosco è tutta un'orchestra inquietante di strumenti invisibili. Mi sembra di essere osservato da mille paia di occhi. Tutto è fermo ma pronto a scattare, nell’ombra.
Trovo il fiammifero e faccio per accenderlo.
Nella magia povera dello zolfo, rivedo il sorriso di mia madre, le mani contadine di mio padre, l’Ada e la Betta, il vecchio Loris.
Si assiepano ai lati del mio sguardo il Gian e il Luigi, tutti i compagni di missione, l'intera brigata.
Sento di nuovo il proiettile che mi sfiora l'orecchio e buca la pancia al Berto, e quell'altro che mi si conficca nella gamba
Vedo ancora la piccola radura coperta dove ci fermiamo io e il Berto, feriti e ormai stremati, il suo viso contorto in una smorfia di morte dolorosa.
Poi, per ultima, mi balena davanti l’immagine del Mosca, che s’accende il suo bravo toscanello.
Rabbrividisco.
Alzo le spalle, scrollandomi di dosso la neve caduta dalla betulla.
Esito un attimo.
Mi sistemo la sigaretta bene in bocca e avvicino il fiammifero.
Boccata.
Un lampo di fuoco.
Fumo.
Che freddo.


mercoledì 23 gennaio 2013

Quello professionale non è il mio profilo migliore

Oggi mi sono innamorato.
Era bionda
e il suo sguardo
mi ha dato del tu.
Era vestita di grigio
- ma non topo
più antrace -
e io avevo 
i miei curricula
in mano.
Mi ha sorriso
e poi mi ha superato
lungo il ciottolato
della via principale.
E aveva un bel culo.
Un culo grigio antracite.
E io avrei voluto
inseguirla,
toccarle una spalla,
farla girare,
sorriderle ancora
e poi darle
un curriculum vitae
con tanto di foto
e dirle:
"come puoi vedere alla voce 
competenze sociali
ho buone capacità empatiche
e di comunicazione;
inoltre so giocolare,
cucinare,
sono dotato di patente B
e ho una discreta conoscenza
del pacchetto Office...
Sono disponibile 
a svolgere qualsiasi tipo di mansione,
meglio part-time.
Il mio numero
si trova tra
le info personali:
chiamami!".
E allora lei
avrebbe sorriso
ancora, biondamente,
e sussurrato
con tono professionale:
"Le faremo sapere".


sabato 15 dicembre 2012

Stamane è pace


Finalmente il mattino:
un velo candido si sdraia
sulla brace notturna
coprendo la terra, palpitante.

Il Generale Inverno
ha imposto una bianca tregua
alle truppe ansimanti,
stanche della sterile guerra.

Risorgerà domani
dalle ceneri mai sazie
il conflitto sopito,
ma stamane è pace.

Stamane è pace,
fredda e cristallina,
sui tetti e i comignoli
tace la vita in sordina.

Si rattoppano i soldati,
si contano i caduti,
si risistemano muti
gli schieramenti opposti.

La neve è discesa
a congelare gli animi,
a cullare la stanchezza
di speranze mutilate.

Il domani arriverà
a spostar le pedine
di un Risiko senza fine;
ma, stamane, è pace.



martedì 27 novembre 2012

Bestemmie a denti stretti

I bar sono acquari
per persone.
Le edicole, l'immagine
dell'eterna stasi 
dell'attualità.
Le metropolitane, esofagi
che deglutiscono i pendolari,
li conducono ai loro stomaci.
L'autunno di Torino,
un'attesa slabbrata,
un diavolo a molla
rotto.
La mia coscienza,
un avvoltoio,
un coyote,
un animale spazzino,
che si legge il giornale
seduto sotto la pioggia
di fianco a me,
sulla panchina;
ogni tanto si gira
e mi strappa 
un lembo di fegato,
un dito,
un occhio,
un boccone di memoria.
Questa lunga attesa
sotto la pioggia
senza la sciarpa:
sento già
che mi prendo
una brutta serietà.


Telo bianco
- nebbia lattea -
metafisico
tagliato dalla lama
tecnica
del treno:
dentro, 
dormono beati
cullati dal nulla
i figli
dei figli
dei figli
incestuosi
di Eichmann
e Treblinka.