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mercoledì 8 ottobre 2014

La mia città è come le mie scarpe

La città che abito
Somiglia alle mie scarpe.
E le mie scarpe
Sono eleganti
Usate
Nere
Consumate.
La suola minaccia
Di scollarsi
Ad ogni passo,
Ma rimane
Sempre e ancora
Insieme:
Una tensione di niente
Le tiene unite.
Non le cambio
Per pigrizia,
E perché odio
Le botteghe,
O forse perché
Dovrei cambiare
Con esse
Tutto il piede.
Non vale la pena
Portarle dal ciabattino:
Le lascio seguirsi
Sui binari
Che conoscono a memoria,
Calpestando
Come possono
La ghiaia
La pioggia
La noia.
Sono mie,
Mio malgrado,
Come furono
Di mio padre
Prima di me.

La mia città
È come le mie scarpe:
Arriverà la sera
Che riuscirò
A slacciarle.


lunedì 27 maggio 2013

La mia ragazza è scappata con un bradipo

La mia ragazza è scappata 
con un bradipo
e io non ho fatto nulla 
per fermarla:
non ho pianto,
non ho mosso un dito,
non ho detto "bah" - 
anche perché
perché mai
avrei dovuto dirlo?

La mia ragazza è scappata
con un bradipo,
se n'è andata
due mesi fa
e non è ancora
dall'altra parte della strada.
Che mi sono chiesto:
"Ma com'è che in due mesi 
di attraversamento pedonale
alla moviola - neanche sulle strisce -,
com'è che 
non passa una fiesta
una multipla
un trattore
che li schiaccia a entrambi
sti due stronzi?"
Poi mi son risposto:
"Bah".

La mia ragazza è scappata 
con un bradipo:
se ne sta lì,
a un tiro di schioppo, 
con la mano negli artigli
dell'odioso piloso.
Ogni tanto limonano,
lentissimi.
A me viene il Cristo,
ma taccio:
scrivo solo
questa poesia
tristissima, futile;
una poesia di ripicca.
Quando l'avrò finita,
spero,
avranno svoltato l'angolo
e io potrò pensare ad altro,
abbandonare il marciapiede,
seguire un corso serale di yoga,
trovarmi una donna
che non abbia l'hobby
della zoofilia.

La mia ragazza è scappata
con un bradipo:
si allontanano verso il tramonto,
impercettibilmente,
come fosse il finale 
di un film di Chaplin
al ralenty.
Lui finge di sbadigliare
e le mette un arto 
intorno al collo.
Ci impiega quarantacinque minuti.
"Bah".

Una volta giunti
perfettamente 
al centro della via,
si spogliano piano
sotto un cielo immobile
viola ubriaco,
e finalmente
fan l'amore,
l-e-n-t-i-s-s-i-m-a-m-e-n-t-e.



venerdì 10 maggio 2013

Ma la natura è muta


Ma la natura è muta.
È una verità assoluta
che ogni natura
prenderebbe a lamentarsi
se le fosse data la parola.
Questa proposizione
ha un significato duplice.
Per primo,
Significa che la natura 
piangerebbe 
per la sua stessa afasia.
L'incapacità di parlare
è il grande dolore della natura,
e la vita dell'uomo
e la parola del poeta
sono contenute in lei
per redimerla
da questa sofferenza.
Per secondo,
quella proposizione
dice che essa 
si lamenterebbe.
Ma il lamento
è l'espressione
più indifferenziata,
impotente
della lingua,
che contiene quasi solo
il fiato sensibile;
e ovunque solo un albero 
stormisce,
echeggia insieme
un lamento.
La natura è triste perché è muta.
Ma il rovescio
di questa proposizione
scava ancora più a fondo
nell'essenza della natura:
è la tristezza della natura
che la rende muta.
Vive,
in ogni tristezza,
la più profonda tendenza
al silenzio,
e questo
è infinitamente più
che incapacità o malavoglia
di comunicare.
Ciò che è triste
si sente interamente conosciuto
dall'inconoscibile.

(Taglia e cuci da Sulla lingua di Walter Benjamin)




giovedì 24 gennaio 2013

Morte di un pigro

Morire all'albeggiare
nell'unico giorno
che mi sono alzato presto;
questo, con scherno,
ha disposto il destino.
Mentre le forme mondane 
rispondono radiose 
alle lallazioni del sole,
la mia vista cede 
compiacente alle lusinghe
di un letto assai più grande.
Abbandonar la vita
presto, di buon'ora,
per godersi, da morti,
una giornata intera,
e provare il rimpianto
- composto e decomposto-
per quel che non s'è fatto,
un piacere tanto simile
a quello che s'avverte
nel non far ciò che si deve
restando sotto alle coperte.



mercoledì 28 novembre 2012

Yamuna

Remavo sul fiume
tra scatole di assorbenti
bombole del gas
carcasse di airone.
Remavo lento
nel silenzio indiano,
scivolando opaco
sullo specchio immobile
di quella vena morta.
Remavo così,
sul fiume,
quando ti vidi
venirmi incontro
vestita di sanguisughe,
la pelle color ciano.
Dietro il velo
delle cataratte
sentivo sciogliersi
pappa di pensieri,
tra le dita 
i bachi tessevano 
guanti di bava.
Fissai la mia mano,
le mie due dita monche;
ti allontanai col remo
e scivolai via.
Nel nido del tempo,
il desiderio che ristagna,
schiude una peste
che consuma
ogni cosa
troppo presto:
mutila i corpi,
avvelena i frutti,
irrigidisce i movimenti.

Passò un gabbiano,
respirai il cielo:
com'era la salsedine,
il mare aperto?